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Alchimie napoletane - capitolo secondo
1) DON ANTONIO SAVINO
2) FLASH BACK DI IERI, DI
OGGI!
3) NORA TROMINECH
4) IL PROFESSOR ONOFRIO
FESTAVALE
5) “INQUILINI A TEMPO
PIENO!”
6) IL NUOVO CORDONE
OMBELICALE
7) RUOLI SOCIALI, RUOLI
INFAMI!
8) QUEI QUADRI
PARLAVANO, CI ASCOLTAVANO…!
9) BJORN, “IL NOSTRO
CANE CORSO!”
10) Il CLAN DI TANINO
IL PORTIERE
12) SPEGNETE IL FUOCO!
13) FERDINANDO PENNONE
14) DELLE NEWS SUI DUE CLAN: “I SAVINO E I TRIBERTI!”
15) LANIERO LATRIERI
16) TUTTO
PER UN BLUE JEANS ROTTO!
17) UNA
NORMALE CASA DI SPETTRI!
18) IL VERO
SPIRITO DEL NATALE!
19) “LA CORTE
DEL “POPOLINO!”
20)
“L’ESERCITO DEGLI INSERVIENTI!”
21) GIOIELLERIA SAVINO
22) TOTO E BJORN!
23)
“BJORN" E TANINO “IL PORTIERE!”
24) FRAU MARIA
WUTTEMBERG
25) FINALE
A SORPRESA SENZA MORALE
26) MARGHERITA E
GLI SPETTRI!
Rimaneva chiuso nella sua stanza taciturno, con l’espressione di un
mastino come se fosse un buon Don Corleone d’annata, come un uomo
che la sa lunga sulle cose e sugli eventi della vita, come un
orecchio scaltro che sente e non dimentica, come un occhio peregrino
che vede sempre, anche nel buio.
La sua Napoli assomigliava a un pianeta perduto nell’universo, a un
sogno la cui sfera di avvenimenti si perdeva ora nel lontano ricordo
della guerra, ora negli spiragli faziosi di ricostruzione del
dopoguerra.
Il suo sguardo era come un potente faro che inonda di luce le coste
di una penisola marina e il suo corpo, l’entroterra dove veniva
filtrato il suo turbolento umore: “Talvolta buono, talvolta
cattivo!”.
Il personaggio in questione, non è affatto difficile da capirlo,
soffriva anche di forti sbalzi d’umore: “LA CREATIVITA’ TOGLIE, LA
CREATIVITA’ DA’!”.
Un po’ come lo Spirito Divino che diventa all’occorrenza salvifico
per l’indigenza degli uomini e misericordioso per la loro clemenza.
Don Antonio Savino non lasciava nulla al caso, calcolava con zelo
ogni stato d’animo proprio e altrui e gli capitava di immaginare la
realizzazione di sogni ambiziosi e di conquistare: “Pianeti, terre,
quegli stessi orizzonti che si intravedono nel cielo e che non
toccano giammai terra!”.
Uomo all’antica con non troppe pretese, vestiva come un dandy,
curando ogni minimo particolare del suo abbigliamento e non
tralasciando di curare neanche il suo aspetto casalingo.
Giacca, pantaloni e cravatta ricamata erano le sue credenziali e la
sua nobiliare veste da camera da letto che ricordava tanto le divise
dei barbieri degli anni’40, era fatta di camicia di lino, giacchetta
modesta dalle righe celesti e pantalone scuro.
L’Allegra Gioielleria Savino era un ponte fermo e protettivo sito
nel cuore più antico di Napoli, sopra cui si fermavano “generazioni
di ieri e del domani”, una fiumana di gente che nella sede
dell’impero commerciale di Don Antonio ritrovava per caso i propri
stili di vita e le proprie ambizioni, quasi come se quel negozio
fosse un talismano che desse forza alla riconciliazione: “Fra la
tradizione e le tante facce della modernità napoletana”.
Lì dentro gli capitava di incontrare qualsiasi categoria di persone
e di interagire e stringere con forza la mano al più fragile
rappresentante delle classi sociali popolari, avendo la forza di
essere sempre se stesso con chiunque: “Con l’uomo più facoltoso, con
l’uomo più povero!”.
Antonio Savino era un padrino il cui format esplicativo rimaneva
l’identità culturale degli anni’50, con un riferimento critico
obbligato: “All’Età del Fascismo e alla sua tanto blasonata
educazione marcista!”.
Tutto il contrario di Ciccio Triberti, atleta olimpionico e vero
fanatico dello sport, succube di tutti i canoni sportivi, che di
Mussolini e dei “Gran Consiglieri del Fascismo!”, ricordava con
profondo zelo l’impegno a fortificare il popolo italico con la
metafora biblica della gioventù fascista e della suprema razza
romana.
Personaggi che incontri, identità che riscopri!
Il prode Don Savino usava la legge e la morale repubblicana come
biglietti da visita su cui anteporre lo strumento premonitore della
percezione, acquisita dopo una vita nei luoghi vitali del commercio
e fra i pericoli delle strade di Napoli, che gli serviva per capire
la gente, per gratificarla o per sanzionarla.
Anche se era cresciuto ed aveva odiato con tutte le sue forze il
regime fascista, si comportava come colui che prima rinnega la
storia, ma poi ne assimila inconsciamente tutti i suoi
comportamenti, dai più criminosi, ai più accomodanti.
Nella sua personalità si alternavano tratti indistinti e sfumature
teatrali che se lo facevano “Don Corleone sin dalla nascita”, lo
rendevano Napoleone Bonaparte non solo nel cuore, ma anche nei suoi
disegni più occulti.
La Gioielleria Savino era coma la Sinagoga del Vecchio Quartiere
Ebraico vienense, ci trovavi dentro tutti gli elementi del mosaico
sociale: “Che custodiva gelosamente tutti i pezzi del mondo e del
repertorio culturale napoletano!”.
La signora 70enne appartenente all’alta borghesia con il prode
figlio avvocato complessato, anche se ce n’erano centinaia di figure
simili a queste, che si alternavano come la gens di un grande teatro
dietro il lungo sipario della strada.
E la Gioielleria Savino era come una grande vetrina dentro cui
vedevi riflessi i multiformi aspetti della realtà sociale
napoletana.
“Buon giorno! Posso avere una sedia Don Anto’?”.
“Ma si figuri!”.
Don Antonio usava il suo comando come un sibilo di un serpente, un
serpente ben educato, che anche se il mondo va allo sfascio, non
dimentica mai le sue buone maniere e persevera ovunque con le
origini della sua mentalità borghese.
“Il suo mondo? Quel era?”.
Chissà forse la Napoli della Sanità degli anni’30 che non aveva più
niente della contemporaneità presente nello stesso quartiere, preda
di drogati, camorristi e manifesti elettorali, o quel “fumo di
Londra!” che usciva dal suo studiolo all’antica, sito all’interno
della sua regale abitazione in Via DEGLIASTRATTI.
Un fumo di Londra dell’800, del secolo appena iniziato, che non
sapeva di Rivoluzione Industriale, ma di rapporti umani costruiti
“sull’asse dell’avere e del donare, del ricevere e del conservare”,
: “Etica di un commerciante napoletano, che se non chiedevi quanto
spendi, voleva sapere quanto guadagni?”.
E il mondo, il suo microcosmo napoletano gli dava ragione e ogni
tanto lo seguiva come se lui fosse un pastore che apparisse dal
nulla per indirizzare il suo popolo chissà verso quali orizzonti, :
“ Un’ umanità a cui appariva come un mentore ben educato che
conosceva tutte le regole del mondo e che sapeva fare ostaggio, se
lo voleva, anche della verità stessa!”.
Qualche flash back di ieri che si alternava nella sua mente.
Storie di sbirri prodighi e di poliziotti corrotti, la Napoli del
dopoguerra invasa dalla polizia americana metropolitana (MP), sigla
identificativa che avremo visto chissà quante volte nei films sulle
divise degli attori americani.
Qualche battuta in dialetto, qualche parola in americano.
IL cinema che si vedeva in televisione non era niente in confronto
alla vita di Don Antonio.
Tutto il suo percorso esistenziale era stato pari a un film e allora
sembrava che la trama non improvvisata dei suoi racconti:
“Scavalcasse la realtà stessa!”.
La sceneggiatura insita nelle sue battute quotidiane che
assomigliava tanto a un copione di un gangster movie o a un film
storico, prendeva il posto della vita stessa e solo a questo punto
sembrava che la finzione scavalcasse la realtà.
Questo era un po’ il suo cruccio!
Ma talvolta il gioco si capovolgeva.
Il comico che prendeva posto del tragico e viceversa!
Ne conosceva tanti di Miserabili Partenopei (MP), e Don Antonio
sosteneva che da un po’ di tempo si fossero messi tutti in politica!
Magari i politicanti dell’oggi non sapevano niente della guerra di
ieri e non ne avrebbero saputo niente neanche di quella di domani!
Napoli era il solito grande “varietà vivente”, dove la gente si
attaccava ai nuovi idoli per non pensare più alle cose orribili
della vita.
Nella Napoli del Terzo Millennio andavano a ruba le videocassette
dei films di Totò, proprio quelli che la critica cinematografica
aveva fatto a pezzi negli anni’50. Un giorno per l’esattezza i
critici disertarono una conferenza stampa per la prima di un suo
film, e fecero piangere dal dispiacere il Principe de Curtis che non
ne poteva più di essere snobbato.
Totò diventava la nuova ossessione popolare, quasi un icona del
Nuovo Paganesimo Napoletano.
“Si amava oggi, quello che non si accettava ieri!”.
Questa religione finiva per fare dei mortali: “I nuovi santi
dell’oggi, di ieri e del domani!”.
Mentre Totò diventava il frutto di un’ossessione popolare, Don
Antonio ripensava al suo presente, non lo stupiva la volgarità e
neanche la decadenza morale della Civiltà dei Consumi Napoletana.
Con orgoglio ammetteva che non aveva mai fatto parte dei napoletani
che vivevano solo per Sofia Lorèn o per i films di De Sica, ma la
sua vita era stata una sfida estrema alla Raffaele Viviani, un iter
complesso che gli aveva fatto conoscere tutte le leggi degli uomini!
Insomma un vero film nel film!
E la storia si ripeteva!
Qualche volta diceva le stesse cose e qualche volta no!
Come commerciante la sapeva lunga sul come trattare il suo pubblico
e come porsi nei confronti del prossimo!
Il suo vangelo era soprattutto : “Saper ascoltare gli altri!”.
Sembrerebbe una cosa scontata!
Ma nella vita di oggi quando ascolti qualcuno ti poni non solo con
più rispetto nei suoi confronti, ma capisci di più le pene umane!
Questa era: “La parola Secondo Don Antonio!”.
E si ritornava al dono della sua chiaroveggenza.
Infondo la Commedia Umana era un gioco complesso e lui l’aveva
capito bene.
Don Antonio non credeva alla televisione propagandistica quando
diceva tutto e niente e quando lui gridava: “Mariuoli!” ai politici
di oggi, lo diceva con rabbia e con accanimento politico estremista.
Forse aveva dentro quello che voleva gridare agli americani o ai
fascisti del quartiere prima che finisse l’ultima guerra mondiale,
quando giocava a pallone con il fratello minore e gli sbirri di
turno glielo sequestravano. Se il regista italo americano Francis
Ford Coppola lo avesse conosciuto, avrebbe potuto raccontare la sua
storia con diversi contenuti drammatici: “ Don Antonio Savino, nel
nome dell’ultimo padrino napoletano!”.
All’opposto di Frau Maria Wuttemberg fu la vita di una donna a metà
strada fra l’avventuriera e la mistica napoletana, tal Nonna Nora
Trominech, madre di Enzo e suocera di Margherita Savino, figlia di
Don Antonio.
Nora Trominech era un vero vulcano creativo che inonda emotività su
tutti i personaggi del suo ambiente, il prodigo Vincenzo incluso.
“Perché fosse il contrario di Frau Maria Wuttemberg?”.
Certamente per spirito d’iniziativa e per il carattere dinamico,
convulsivo, manipolatore, fragile, demoniaco, con il dono della
chiaroveggenza che la circondava fin dalla sua nascita.
“Veggenza o accanimento?”.
Nora Trominech sosteneva di capire le cose e le persone nei loro
aspetti più nascosti e in questo non assomigliava al gerarca Maria
Wuttemberg che era per sua natura sospettosa e diffidente nei
confronti del genere umano.
Nora anticipava il significato riposto negli eventi quando giocava
con i molteplici aspetti della vita.
L’umorismo era per i personaggi che sto descrivendo come un asso
nella manica e pari a un angelo custode che sorvegliava le loro vite
invisibili esposte al pericolo. L’umorismo diventava una carica di
energia ancora più avvolgente, quando queste maschere, che siano
state Nora o Maria, Vincenzo o Margherita, erano immerse nelle loro
pene quotidiane; e non se ne accorgevano e non si rendevano conto
che il comico li proteggeva dalle ottusità della vita.
Non se ne accorgeva della forza dell’umorismo Don Antonio Savino e i
suoi figli: “Nillo e Glauco”. E lo stesso accadeva per Margherita e
i suoi fantasmi interiori e per Vincenzo, che se fosse vissuto
secoli fa sarebbe stato messo sul rogo dall’Inquisizione per il suo
carattere eversivo o arrestato dalle forze di polizia di sua maestà
per la “Tratta delle Ucraine!”, dato il consumo appassionato e
interessato di donne dell’Est.
Ma conosceva il suo umorismo Nora Trominech, figlia di Napoli e
mistica dalle visioni più disparate, : “Quelle di ieri, quelle di
oggi!”.
Nora era alta un metro e cinquanta e non consentiva ai suoi 80anni
che le venissero esaurite le sue energie.
Era come se lei vivesse immersa in due tipi di personalità: “La
prima, quella più vivace e veggente, sempre alla ricerca del bello e
del vissuto, nemica del conformismo e dell’indifferenza”. “La
Seconda niente affatto imparentata con la prima, era quel tornado
dalle grandi dimensioni che si aggirava dentro casa, quando litigava
con Ciccio, quando litigava con Enzo!”.
E allora casa Triberti assomigliava tanto alle Nozze di Figaro di
Mozart e in particolar modo alla chiusura del Secondo Atto, quando
tutti i personaggi cosiddetti buoni: “Gli amici di Figaro e i
cattivi: “Gli amici del Conte d’Almaviva”, litigavano con
accanimento e facevano della loro vita tutto un grande gioco a
incastro di equivoci e di virtuosismi.
Il comportamento di Nora era fatto di insulti, parolacce e veggenza
con uno spirito di teatralità innata e di grande arte affabulatoria.
Quando Nora Trominech raccontava le cose pareva che le stesse
inventando e così dava una strana luce ai suoi personaggi che si
trovavano ad essere scaraventati verso felici intese, epoche di
faide familiari e di gironi infernali che si sostituivano ai
teatrini domestici delle famiglie napoletane.
E su questa falsariga capitava che lei desse sfogo anche alle
aggressioni che proiettava su Vincenzo e che facevano vestire al
figlio i panni della vittima blasonata complice di un legame morboso
con la madre.
Nora Trominech nascondeva le origini del suo temperamento in un
passato che come poteva essere il frutto lontano di milioni anni,
poteva essere anche lì dietro l’angolo, che l’aspettava con le sue
mille facce, o dietro quei portafotografie d’epoca dalle cornici in
legno di ciliegio che sembravano far parlare volti di illustri
sconosciuti.
Voce convulsa e un po’ allucinata, quando camminava per strada
pareva ancora una ragazzina.
Ma una ragazzina che aveva l’anima ancora sconvolta da forti
passioni e da una luce fuori dal comune. E allora il Regno
Emozionale Napoletano rimaneva ancora popolato dall’inventiva di
questi folletti come lei dai capelli rossi, che davano luce e ombra
alle creature di un mondo sotterraneo e a un universo sociale che si
sentiva ancora minacciato dalle sue diversità.
Se parlassimo usando un gergo da padrino del Professor Onofrio
Festavale, capiremmo che egli era un affiliato e uno delle figure
chiave del clan Savino.
E se continuassimo a usare le gerarchie d’identificazione mafiosa
per le classificare le icone principali e tutti i personaggi della
mia famiglia, capiremmo che egli avrebbe ricoperto il ruolo di
capo-decina, così come Speranza e Tessio ricoprivano ruoli di
comando all’interno delle trame occulte del Padrino Parte prima.
Il professor Vito Onofrio Festavale era una vera icona degli
anni’50: “Anche se fosse vissuto 2000 anni prima o dopo, avrebbe
avuto lo stesso stile nel parlare e nel vestire.
Con quella cravatta sotto la giacca nera aveva sempre l’aria
professionale di un becchino uscito fuori dalle Pompe Funebri
Napoletane e con il capello pettinato con lo stile dei presentatori
televisivi degli anni’60, come Mike Buongiorno e Corrado, diventava
l’interprete ideale di una generazione lucana che nella società
napoletana sopravviveva con le sua tradizione soffocante, camuffata
sotto le false spoglie del moralismo suddista.
Quella generazione era assieme uno spaccato di vita e un immenso
vuoto che avvolgeva le cose: “L’Italia degli anni’50, con i suoi
sogni e le sue aspirazioni, un paese in crescita diretto da
un’attenta classe politica, un’entità destinata a porsi come potenza
industriale e lontana anni luce dall’ingordigia dell’Italietta degli
anni’90: “Televisiva, plastificata, con tutti gli accessori
all’ultima moda e i disvalori del consumismo!”.
Il professor Onofrio Festavale era sposato con una donna di origini
germaniche, aventi ancora profondi tratti nordici: “Evita Fichtner,
bellissima donna, formosa, con gli occhi chiari, che aveva avuto su
di lui una certa condizione di plagio e di dominio!”.
I due poco dopo si erano sposati e litigavano a tempo pieno, neanche
fosse stato un lavoro il loro reciproco azzuffarsi: “Storie di faide
e di guerre matrimoniali che non sarebbero mai arrivate fino al
divorzio!”.
E quegli scontri non erano normali litigi, ma lotte armate fra
contendenti, marito e moglie Festavale, che brandivano coltelli e
altri utensili da cucina per beccarsi, come i galletti furenti nelle
sfide da cortile organizzate dalle bande mafiose!”.
Non esagero nelle mie parole!
E Onofrio Festavale, questo folcloristico personaggio di origini
lucane, distinto, il classico carattere mansueto per famiglie
italiane, vestito sempre con abito scuro come i sicari dei gangsters
movie all’italiana, me lo immagino che anche negli scontri con la
moglie Evita, conservava una sua parvenza da galantuomo, da
gentleman con i tratti ben caricati di un becchino italiano, a cui
non mancava un vocabolario di parolacce, sputi e coltellate prese
dalla “Cavalleria Rusticana” di Mascagni, rese indispensabili dagli
obblighi matrimoniali.
“Avete mai visto una scena simile nei films di mafia?”.
Il catalogo dei gesti d’amore nel corredo della letteratura
romantica su Cosa Nostra, ci racconta di violenze e di faide fra
coniugi, con l’arrivo interessato dei parenti dell’una e dall’altra
parte, avvenuto per sedare le liti e per fare i conti con la
giustizia familiare.
Spesso letteratura e realtà, finzione e vita di ogni giorno si
equiparano e: “L’una prende il posto dell’altra e viceversa a
seconda delle circostanze!”.
Casa Festavale era sempre come un’arena siciliana invasa da tensioni
pronte a trasformarsi in un ordigno esplosivo.
“E la famiglia Savino cosa centrava in tutto ciò?”.
“A chi potevano chiamare i Festavale se si accoltellavano?”.
“A chi potevano mai chiedere aiuto?”.
A don Antonio Savino ovviamente: “Che veniva sempre interpellato di
notte quando veniva sollecitato il suo prodigioso intervento!”.
E quel telefono di casa Savino, sita in Via Degli Astratti 90, nei
lontani anni’60, e lungo tutto un arco di tempo che va fino agli
anni’80: “Non so quante volte abbia squillato di notte, nella
austera camera da letto di Don Antonio Savino,
nel condominio accessoriato di ogni comfort dei ricchi e dei
piccolo-borghesi napoletani!”.
Telefono squillante come prologo della classica operetta
all’italiana!
“Matrimonio che va! Matrimonio che non va!”.
Atto prima. Scena prima.
L’onorevole rispettabilità dei Savino e delle loro regole borghesi
veniva turbata fin nel profondo cuore della notte!
Don Antonio Savino e sua moglie, la professoressa Maria Wuttemberg,
dovevano indossare le vesti ufficiali di arbitri che regolano gli
spari da fucile fra gli inquieti coniugi Festavale.
Storie della prodiga Italietta matrimoniale che in nove casi su
dieci avrebbero reso miliardari la ben assortita casta degli
avvocati napoletani arroccati nelle loro belle ville sul mare, dove
erano serviti e riveriti da un esercito di mogli, amanti, badanti e
baby sitters.
IL professor Onofrio Festavale chiamava Don Antonio Savino e sua
moglie rispondeva all’appello.
Telefonate lunghe un miglio come quelle intercontinentali.
L’onorabilità dei Festavale che per essere salvata faceva: “Toc,
toc?”, alla porta del torpore della perfetta vita Savino.
Sopraggiungevano i Festavale nell’aurea dimora di Via DEGLIASTRATTI
e con le loro discussioni matrimoniali portavano la loro umanità nel
Regno dell’Ade del Vomero, anche se era un’umanità che consisteva di
sputi furenti, di coltellate, uppercut pugilistici e di lotta
greco-romana.
Insomma coniugi che usano la dialettica del: “Chi va la?”.
Ma questi matrimoni Dio vuole che non si rompano mai una volta per
tutte, anche quando nei proclami scintillano rotture oramai
antiquate e promettono riparazioni per il bene dei figli. Perché
essi sono come strade sopra elevate nel tumultuoso vortice
dell’esistenza, proprio come lo stile un po’ funesto del
“personaggio Onofrio Festavale”, che sopravviveva agli anni’70 e ‘80
e allo scisma provocato dalla Televisione Commerciale!”.
I Savino e i Festavale si chiamavano ancora e con orgoglio con gli
appellativi del dopoguerra: “Compare per indicare lui, Comare per
indicare lei!”.
E quel ripetersi di Cumpà, Cummà, era come una canzonetta comica
napoletana arroccata nel bizzarro festival dell’oltretomba.
Cumpà, cummà! Era soprattutto un balletto del corpo e un
vezzeggiativo ipocrita testimone di un’epoca storica che non c’era
più.
L’Italia aveva lasciato il posto all’Italietta!
Ma questi fantasmi trovavano lo spazio per non sottrarsi totalmente
al tempo e per non soccombere nella fatidica guerra dell’eterna
sfida con se stessi.
Erano i Festavale che correvano a casa Savino, dopo che il telefono
di Don Antonio avesse squillato chissà quante volte.
Ma erano anche i Savino che generosamente soccorrevano Onofrio
Festavale e sua moglie Evita Fichtner, correndo a casa loro nel
cuore della notte per trovare un compromesso alle furenti liti
matrimoniali.
E le male lingue di Casa Savino raccontavano con la lingua
universale del pettegolezzo che spesso i coniugi Festavale
brandivano appuntiti coltelli da cucina per il gusto di
accoltellarsi.
A casa Festavale ritornava il gioco catastrofico e centrifugo
dell’Italietta rappresentata dall’operetta dei Pupi, e l’arrivo di
Don Antonio “Il Puparo!”, serviva per tamponare momentaneamente la
situazione, ma non per risolverla del tutto!
E la professoressa Maria Wuttemberg, nella “sua umanità tutta
napoletana!”, ci teneva il giorno dopo che i Festavale accorrevano a
casa loro, a chiamare la signora del piano di sotto che era una
sorta di Herman Goering al femminile per boria e umanità e dirle:
“Che loro non centravano proprio niente con i tremori e gli
accoltellamenti dei Festavale e col gergo da fiera e che dopo tutto
rimanevano la gloriosa famiglia Savino, rispettabile, sacra, onorata
da tutti, che in fondo con i pupi e i pupari, non c’aveva mai avuto
niente a che fare!”.
Walter Strasio e sua moglie Zarina, la focosa Loredana Pennone e il
suo ex marito Ego Ruffini, noi famiglia Triberti al completo, :
“Eravamo tutti inquilini a tempo pieno!”, reclusi a vita dentro quel
carcere di massima sicurezza che sono stati i condomini dei
palazzoni di cemento armato a partire dagli anni’60 in poi.
E per sapere fino a che punto arriva la nevrosi condominiale e
l’isteria dei reclusi a vita piccolo borghesi, dovremmo vedere e
rivedere la “FATIDICA SCENA DELL’ASCENSORE!”, il come si entra o si
esce dentro quella mortifera gabbia per matti e per disumani!
“Il balletto condominiale avveniva tutto sul proscenio
dell’ascensore?”.
“A che pro?”.
Avevo descritto con accuratezza l’autoritarismo di Walter Strasio e
l’indigenza sessuale di Zarina, che un giorno per aver scoperto le
telefonate dell’invisibile amante sul telefonino di suo marito,
chiedeva a mia madre Margherita consiglio per poter trovare un
amante che fosse pronto all’occorrenza, magari un amichetto
part-time dati i tempi di crisi fra i due sessi.
Avevo intravisto nelle spinte autocommiseratorie di Loredana
Pennone, “ il suo avere tutto dalla vita e quindi il suo non avere
niente”, la sua disperazione che era una conseguenza del suo vuoto
interiore, abisso in cui sprofondava sempre di più senza che nessuno
l’aiutasse.
E il suo ex, il dott. Ego Ruffini, sfuggiva da una situazione che
conosceva proprio bene.
Ne seppe qualcosa l’Andrea Poronella quando con Margherita soccorse
la suicidogena Loredana che si era inflitta quel giorno un nuovo
castigo mortale.
Questi personaggi e altri ancora: “Erano tutti quell’umanità
nevrotica, quella folla di fantasmi mai sazi di novità e di pene,
che si ritrovavano davanti all’ascensore proprio nell’unico luogo in
cui rischiavano di entrare in contatto e di scambiarsi qualche
parola!”.
“Ma no!”.
Di passare dall’eccessiva formalità alla fatidica domanda del :
“Dove deve andare?” E l’altro: “No grazie! Faccio qualche passo a
piedi!”.
Insomma in quel manicomio della società civile abitato dagli zombi
del Condominio Borghese, “i reclusi a vita!”, ovverosia gli
inquilini a tempo pieno, si ritrovavano a scambiarsi qualche
parolina o qualche parolaccia, proprio lì nell’ascensore, che pareva
uno strumento metallico trainato da corde lunghe e invisibili, e
soprattutto dal Dolmen della piccola mondanità borghese.
Da piccolo mi chiedevo: “Chi trainava l’ascensore?”.
Forse erano i titani, o gli uomini invisibili o quei folletti
stereotipati dalla pelle verde e il cappello coi sonagli di quelle
fiabe che non hanno più niente di fiabesco, e i cui personaggi
finiscono grosso modo per assomigliare alla realtà e ad avere i
problemi delle persone comuni. Oppure c’erano fantasmi giganteschi a
muovere l’enormità di quei fili più pesanti dei macigni e anche più
soffici delle nuvole di passaggio, che erano quelle macchie a
inchiostro bianco libere dal mondo e dalle piccolezze terrene, che
in cielo formano: “Animali, paesaggi floreali, impressioni, iter
immaginari di un mondo che ci sovrasta dall’alto senza mai
spegnerci.
Religione Cattolica Docet?
E se nel cielo i segnali delle nuvole raccontavano la storia
intrigante di un Paradiso che non si vedeva, l’ascensore dei piccolo
borghesi si trasformava nel traghetto contemporaneo di un Caronte
invisibile, che trascinava le anime nel Purgatorio e negli Inferi
del Condominio del Belgodere, facendo rimbalzare i loro saluti
mortali come l’unico sillabario della modernità, : “Sistema
alfabetico monocorde che diventava l’aberrante linguaggio delle
macchiette del teatro dei piccolo borghesi a vita!”.
L’ascensore traghettava anime diverse che si trovavano negli stessi
corpi. Proprio in quel circo sbiadito che era la realtà dei
condomini borghesi e delle loro vite piatte, anzi piattissime.
E Via del Belgodere, la sua casa, il suo universo regolato da leggi
che avevano sempre avuto nella creatività il suo unico centro
d’azione, era il contraltare di tutta questa vicenda epica,
rocambolesca, quasi un biglietto da visita del Paradiso in terra.
Nel palazzo c’era guerra e risentimento!
Il fatidico: “Non ascoltare la musica ad alto volume che dai
fastidio alla signora di sotto!”, era il simbolo del vivere tutti
assieme, quasi attaccati, reclusi a vita non solo nelle mura di
cemento, ma legati fisicamente da un diabolico cordone ombelicale,
immaginario, ma non irreale nel corso delle 24 ore giornaliere.
Condominio: “Passaggio obbligato concesso a tutti per l’universo
distorto borghese!”.
Lì, in quei pochi metri, l’umanità era legata solo dallo squallore e
non dal poter fare a meno di incontrarsi.
Quell’ascensore, traghetto trainante versi “i piani alti e i piani
bassi!”, metafora della vita: “Quindi anche patibolo su cui salivano
i commensali dell’oratorio borghese, che era essa stessa uno
spettro, sui cui specchi veniva riflessa la vita disumana dei giorni
qualunque e sul cui pavimento veniva ospitato il belletto dei corpi
qualunque, che non ospitavano più anime!”.
Ma lì dentro in quel manicomio, un esorcista se la sarebbe potuta
dare a gambe!.
Perché in fondo accadeva qualcosa di strano dentro quel palazzo
sempre pallido, quel condominio monacale della cosiddetta zona del
Belgodere 115, che insomma quei piani, quelle scale,
quell’ascensore, erano tutte popolate da una folla immaginaria, che
la sera quando il popolo degli: “Strasio, Ruffini, Triberti e
Pennone entravano dentro casa, si spargeva ovunque!”.
Si ritornava chissà forse alle opportunità dei fantasmi borghesi e
alla loro storie di vita terrena e anche ultraterrena, o alle
bioenergie mancanti del tutto in molti morti viventi e presenti in
pochi, che trascinavano i fili attraverso cui era legata la storia
della Commedia Umana.
Scena surreale, lasciapassare verso gli umani abissi dell’anima.
La sera quando entravo dentro casa, mi avvicinavo allo spioncino
della porta e spiavo dall’esterno le porte degli altri appartamenti
e mi domandavo: “Che cosa mai faranno i borghesi a quest’ora? Con
quelle facce sempre mortifere? E immersi nei loro castighi
quotidiani?”.
Non per ritornare sulle note nostalgiche della “Via Gluck di
Celentano”, ma quel silenzio che ascoltavo era il ritratto di: “Una
società anomica-società fantasma”, che dietro i suoi clamori e il
suo Vitello Doro, dietro titoli onorevoli e mortiferi del “Don! e
del Dott!(ore)”, nascondeva il ridicolo nella forma e nella
sostanza!
I reclusi a tempo pieno che erano gli inquilini a vita del palazzo
mortifero del Via del Belgodere n.115, erano anelli mancanti di un
gioco legato dall’apparenza, che si consumava notte e dì!
Quel silenzio e quello squallore erano il frutto della
contemporaneità, un’epoca incivile rincuorata dalle buone maniere
senza più il rispetto per il prossimo e che era alla continua
ricerca di un’identità blasonata, dei suoi Miti Pagani e dell’Olimpo
della Televisione Commerciale degli anni’80!
Chissà forse il magnetismo della “Casa del Belgodere”, nasceva dallo
stare tutti assieme, ma anche dal fuoriuscire in tempo dai ruoli
sociali, da quegli opprimenti gusci di tartaruga imposti dal gioco
della società o autoimposti dai tabù personali.
Ricordo l’espressione felice di Andrea Poronella.
Succube di una famiglia opprimente e della “educazione privativa
borghese!”, Andrea aveva imparato a canalizzare il proprio talento
nella musica e nell’arte.
Se la famiglia sia per il suo bene, che spinta dalle maglie di
un’educazione borghese voleva imporgli ruoli artistici
istituzionalizzati: il direttore d’orchestra, il pianista, il
compositore, Andrea rifuggiva da questi stereotipi e ricercava una
sua vera identità.
A casa nostra, nel: “Regno del Belgodere”, egli era solito cacciare
con noi un’altra personalità e la vita che gli scorreva addosso lo
rendeva diverso, ma in fondo brillante e simpatico perché era sempre
alla ricerca di idee geniali e stimoli preziosi.
E la passione che condividevamo per il cinema demenziale di Eddy
Murphy e Dan Akroyde, diventava uno strumento da mettere nella vita
a servizio delle suo forze più trascendentali.
In quel monastero dell’ordine borghese che era Casa Poronella,
Andrea diventava l’ombra di se stesso, se doveva fumare nascondeva i
sigari, se doveva mangiare lo faceva di nascosto, dato che la madre
lo teneva sempre a stecchetto per ovvi problemi diabetici.
Così avvolto nel pieno dei suoi discorsi melodrammatici, ancor prima
che diventasse un melomane: “Mi raccontò che un sabato sera uscì a
farsi una birra con gli amici e a mangiarsi un trancio di pizza e
che per altruismo pagò il conto per tutti!”.
Nella sua aura dimora quando scoprirono l’accaduto, fu istituito
subito un gran TRIBUNALE d’EMERGENZA DOMESTICO, che con le sue
sanzioni lo riportò alla triste realtà della sua vita, con un padre
che lo punì con un pacchetto genitoriale consistente: “Faccia di
schiaffi + le solite privazioni!”.
Andrea viveva un po’come i dadaisti: “In una realtà nella realtà!”,
solo che non se ne accorgeva.
Il suo comportamento o gli eventi che aveva assimilato lo rendevano
così tragicomico nella forma e nella sostanza, che alla fine
risultava inverosimile quando diceva le cose, insomma non si capiva
mai quale fosse il limite che separasse la sua realtà dalla
finzione.
E sul ridicolo, metafora identificativa di tutta la condizione
umana, Andrea Poronella si confermava un vero artista, sia negli
atti, che nella parola!
Nel salone dei quadri di Margherita che era il luogo dove ci
radunavamo, avevamo un divanetto ricurvo in pelle di cavallo nero
che era stato il retaggio del lavoro di psicoterapeuta di Vincenzo.
Lì su quel divanetto si saranno seduti chissà quanti pazienti di
Enzo, che gli confidavano le proprie turbe, le proprie angosce.
Andrea Poronella quando sedeva su quel divanetto assumeva una
perfetta aria imperiale, calzando una vestaglia di raso che pareva
uscita appena in tempo dalla Belle Epoque e fumando una sigaretta
dal un teatrale bocchino di plastica.
Accanto a lui sedevamo noi altri, tutta la ciurma piratesca della
casa del Belgodere e Andrea si trasformava nell’alter ego di quella
persona conformista e misogina che viveva nell’appartamento in via
DEGLIASTRATTI e che come sappiamo veniva schiaffeggiato dal padre
per comportamenti non idonei alle incivili regole del dogma
borghese.
Su quel divanetto in pelle di cavallo nero, Andera parlava di
musica, e i quadri astratti di Margherita diventavano lo sfondo
ideale: “Per parlare della vita e del mondo! Pure essendo essi
stessi una scenografia disincantata distaccata sia dalla vita, che
dal mondo!”.
Andera Poronella sia per mitomania, che per autodifesa, raccontava
le proprie storie che da drammatiche si trasformavano in comiche
senza che lui se ne accorgesse! Ma infondo rimanevano le sue storie,
storie rappresentative di un Poronella doc!
Quando si sarebbe trasformato nel “Poronella, il celebre cantante
lirico verdiano, che imitava 24 ore al dì di Luciano Pavarotti”, si
sarebbe sempre dilettato a recitare in scena e nella vita normale le
sue parti, pieces eroiche con profondi contenuti drammatici, ma
storie e vicende narrate da penne altrui.
Insomma è come il destino a proposito di colpi di scena si fosse
voluto prendere gioco di lui, : “Lasciando l’autore e riprendendo
l’interprete!”.
Storie di spogliarelli infondo più provocatori che esibizionistici.
Nel salone dei quadri di Margherita ci sarà capitato un po’ di
tutto.
Si di ce: “Ah se quelle mura potessero parlare!”.
“Ma quei quadri non solo parlavano, ma ci ascoltavano!”.
“Salone dei quadri, salone dei divertimenti!”.
Una volta capitò che io, tal Francesco Triberti, mi spogliassi del
tutto dinanzi a una coppia di colleghi di lavoro di Mamma
Margherita, per il solo gusto di provocarli e scandalizzarli.
“Provocazione=provare a sovvertire gli schemi!”.
Quando mi denudai dentro il salone dei quadri di Margherita,
riportai dentro di me l’immagine allibita di Ada e Silvo, i due
amici di mia madre che mi videro per un attimo denudato e non solo
fisicamente e forse non capirono neanche il significato del gesto
scambiandomi per pazzo!
E i quadri erano lì un po’come i mulini a vento di Don Chisciotte:
“Essi erano quei simboli che decoravano le effige di un mondo, di un
mondo sommerso sempre persuaso dal colore a riflettere le nostre
storie di vita e a metabolizzarne il significato!”.
C’era un significato latente dentro la scia luminosa di quei quadri.
Il gesto di Margherita che dipingeva era il riflusso di quegli
stessi quadri, di quella loro selvaggia natura cromatica che si
liberava sempre più del suo peso e ci apriva le porte di un mondo
incontaminato.
Quello stesso mondo che confluiva dal Vicolo Seicentesco nella casa
del Belgodere, quando ci fermavamo la notte ad osservare le fioche
luci che come candele natalizie illuminavano qualcosa che si trovava
lì e anche qualcosa che sfuggiva alla nostra vista.
Erano tutte sensazioni sottili, applicabili alla vita come segnali
di un tempo passato, eppure sempre intatto.
Se provavamo a raccontare queste emozioni che ci assediavano là
fuori, nella vita normale, : “Ci avrebbero scambiato per pazzi!”.
Ecco qui il paradosso di un’intera esistenza: “Un mondo distorto
portato avanti da politici e dittatori malati che usava con
disinvoltura l’ideologia della guerra preventiva per creare un senso
laddove non c’era più nessun senso, tranne che quello del profitto e
che finiva per omologarci tutti!”.
E noi stavamo al gioco, ci stavo io, mio fratello, i miei cugini e i
nostri amici, tutti felici e speranzosi nell’intesa.
Sentendoci un po’ tutti nell’anima come Giuseppe Desa da Copertino,
detto: “Frate Asino”, che passava quando era piccolo nel suo paese
per idiota più che inosservato, quando la gente fraintendeva i suoi
voli e le sue musicali filastrocche parodie.
Non che avessimo mai avuto niente a che fare con i suoi voli, ma le
nostre parole rassomigliavano un po’alle filastrocche demenziali del
frate.
“Eravamo in odore di santità?”.
“Non credo proprio!”.
Nel momento in cui sto scrivendo, : “Luglio dell’anno 2006!”, gli
attuali adolescenti, se guardo attorno i miei cugini e i loro amici,
non hanno più ne riferimenti civili, né figure culturali e
istituzionali che li accudiscano e li proteggano.
E non credo proprio che li avranno: “Le loro famiglie sono scomposte
e la regia occulta della società è gestita da uno Stato Indegno!”.
Non avere più figure protettive, significa lasciare le vite di
questi ragazzi in balia degli eventi e dell’omologazione.
“Ma oggi anche gli eventi stanno scomparendo!”.
La televisione commerciale e quelle pubblica addormentano le
coscienze con i loro idoli rifatti splendenti dal silicone e
addormentati dalla chirurgia plastica.
“La televisione è il carnefice, i suoi utenti le sue vittime!”.
I suoi programmi sono il frutto di un Nuovo Paganesimo che
addormenta la volontà e spegna sempre più le coscienze.
E pagane sono le idee distorti e senza scrupoli delle classi
dirigenti, lontane dai fatti e latitanti negli interventi.
“Ma a distanza di 15 anni quel salone dei quadri ci parla e ci
ascolta ancora!”.
Anche se non abitiamo più quella casa e se quel mondo non esiste
più, tranne che dentro di noi.
“Ma fuori esistono le sue vibrazioni!”.
E chissà quante volte quei gesti della Pittrice Margherita e quel
colore, “sorgente di vita”, quei quadri così rassicuranti
con i loro suoni e con le loro parole, ci abbiano protetto contro un
mondo conformista omologato in tutti i suoi comportamenti.
Chissà quante volte l’energia di quei quadri ci abbia aiutato nelle
nostre scelte e nei nostri conflitti interiori.
I colori di quei quadri del salone di Margherita ci hanno illuminato
proprio come le fioche luci che la notte risplendevano nello storico
vicolo seicentesco del Belgodere, popolato eternamente: “Dalle sue
anime e dai suoi fantasmi!”.
Pioveva! Pioveva a dirotto quel giorno in cui io, mio fratello
Antonio e nostra madre Margherita, corremmo alla stazione di Napoli
per prelevare una sorpresa in un pacco consistente, in una piccola
scatola di legno che all’interno conteneva il nostro cane corso di
appena tre mesi: “Tal Bjorn!”.
Cani corso, atavica razza di molossoidi campani, simboli eterni
della difesa delle ville romane durante la Roma Pompeiana e attivi
combattenti, usati dall’esercito italiano nella Prima Guerra
Mondiale.
La nostra esperienza canina era pur ferma ad un pastore belga del
Terwuren di nome Zar, che era cresciuto con noi pochi anni prima
dell’arrivo di Bjorn e ci aveva regalato tutta la sua isteria,
facendoci credere che più che da un negozio di animali di Napoli,
provenisse dalle linee di sangue di Berlino, dai cani stessi del
Furher.
E sfido chiunque a entrare dentro quei negozi di animali, ci
potrebbero trovare di tutto, ma di sicuro ed è la cosa più triste:
“Non ci troverebbero animali felici, ma vittime come gli uomini di
quelle gabbie che li sottraggono alla vera felicità!”.
Il cane corso Bjorn fu un’altra cosa!
Fu bellissimo, mastodontico e soprattutto cosa non molto frequente
fra i cani in generale: “Molto equilibrato e quindi un cane fatto
all’antica, degno di condividere il tempo con un Padrino nel suo
studio mochettato!”.
Mio fratello Antonio, anima ribelle sempre persuasa allo studio dei
cani e delle loro funzioni belliche, si era documentato attraverso
lo studio di libri e riviste del “cane corso”, che ne spiegassero le
origini, la storia sociale e le sue funzioni civili: “Dato che i
cani corso furono anche usati dalla Protezione Civile per l’opera di
salvataggio delle persone durante le emergenze ambientali e le
catastrofi sociali!”.
Pioveva! Pioveva a dirotto quel giorno!
E come in un film francese alla Henri De Funes, dove i personaggi
fanno un minuto di silenzio dopo un ciclo di eventi comicamente
rocamboleschi, io Margherita e Antonio ci guardammo negli occhi
quando ci trovammo davanti a Bjorn e ci chiedemmo: “Che facciamo? Lo
prendiamo in braccio? Non è che ci morderà?”.
Certo essendo stati abituati a quel nevrotico di zar che ci
ringhiava senza che gli avessimo fatto alcunché di rilevante, quel
cucciolo di cane corso di appena tre mesi chiamato Bjorn, già grosso
e statuario, ci intimorì e ci fece gran paura.
Ma era solo apparenza, che assieme alla nostra suggestione canina ci
disorientò e ci sentimmo tutti e tre, anzi tutti e quattro, insicuri
nel profondo!
“Noi segnati dalla bellezza tutta mitologica e dalla struttura
titanica di Bjorn e Bjorn che ci chiedeva con lo sguardo dove si
trovava e cosa gli sarebbe capitato?”.
Ci ritrovammo nella casa del Belgodere con questo prodotto
dell’antichità, tal Bjorn, che sarebbe entrato nel cuore stesso
della famiglia, conquistando i grandi e i piccini.
E fra noi e lui scattò quella complicità che lega le persone con i
fili del destino umano e canino per l’arco di un’esistenza intera!
Rimaneva stupefatto quello sguardo di Bjorn e non capivo ancora se
eravamo noi a chiederci: “Se fosse capitato bene o lui a domandarsi,
chi sono mai questi qui?”.
Il palazzo del Belgodere era governato da un portiere talmente
piccolo e basso e piccolo borghese, che quando prendeva i sacchetti
dell’immondizia che si radunavano fuori alla porte del condominio,
si confondeva con loro e scompariva nel nulla!
Tanino avrà avuto non so quanti parenti: tra fratelli, agnati,
nipoti, affiliati di varia etnia, specie o razza.
La sua famiglia sembrava una tribù africana dove si praticassero
ogni sorta di esorcismi e di rituali, dato che quei personaggi
avevano sempre qualcosa di strano che li accompagnasse notte e dì:
“Dal taglio di capelli, fino alle vesti e poi ai modi con cui si
rivolgevano ai figli e di rimando, per come i figli si rivolgevano a
loro!”.
Quando si radunavano la domenica mattina nel cortile di cemento
armato del Palazzo del Belgodere, sembravano il popolo dei
pubblicani e quello dei farisei che in Galilea erano sempre
indaffarati nelle loro beghe personali e magari la domenica per
loro, : “Era un giorno come una altro!”.
Ma dal punto di vista della vestizione simbolica: “La domenica era
il giorno dell’abbondanza!”.
Tanino il portiere e i suoi affiliati che durante la settimana
vestivano con abiti consumati, si preparavano in Pompa Magna per
chissà quale evento!
Non vidi una simile operetta se non nel giorno del funerale di Lady
Diana o del suo matrimonio con il principe Carlo.
La tribù di Tanino rincorreva gli idoli domenicali come fosse il suo
compito più atteso.
C’era una differenza che separava Tanino quando con la sua tuta
mimetica e con i suoi guanti da portiere del Napoli prelevava
l’immondizia, da quel Tanino col capello allampanato e con i parenti
africani che la domenica si radunavano nel piazzale del Condominio
del Belgodere per festeggiare qualche loro idolo pagano.
C’era un superbia dentro quel piccolo popolo di borghesi che ne
faceva giudici severi che custodivano l’arma sopraffina del
pettegolezzo.
Sapevano i fatti di chiunque ed erano pronti a sparlare alle spalle
di tutti.
E non escludo che conoscessero la storia di Vincenzo e Margherita o
le mie storie!
Che sentissero i lamenti di Loredana Pennone nei confronti di suo
marito Ego Ruffini, che sembrava il sosia di Toulouse Lautrec.
Ritengo che fossero anche al corrente degli appetiti sessuali di
Zarina e del prode dottore in medicina, sua eccellenza il
capitalista d’assalto Waler Strasio!
Insomma sapevano i fatti di chiunque.
Essi erano una specie di Civiltà del Pettegolezzo, fotografia
provinciale dell’Italietta da Guinnes dei Primati, ma figli di
un’Italia da Zero in Condotta, sempre chiusa dietro la
fantasmagorica reverenza del: “Buongiorno Dottore, Buongiorno
Professore!”.
Di sicuro esprimeva la sua ira il padre di Loredana, il dottor
Oreste Pennone, medico dell’USL condominiale, quando una domenica
vedendo la tribù di Tanino radunata sotto il palazzo, mi chiamò in
disparte e mi disse: “Francè guarda i cafoni! Vide comme so belli i
cafoni!Tutti vestiti elegantemente a festa! So belli assaje!”.
Il clan parentale di Tanino il portiere era arroccato o impermeabile
al mondo come il popolo dei farisei che sparlava alle spalle degli
altri e si inginocchiava davanti a
chiunque gli comprasse l’anima a buon prezzo.
Capisco perché il nostro cane corso Bjorn indottrinato dal suo
padrone Antonio, li disprezzava tanto in cuor suo, seppur
all’infuori della sua onerosa giornata lavorativa!
“Tanino e il suo popolo!”.
Si rintanavano tutti sotto al palazzo del Belgodere come dei
questuanti.
E il loro modo di stare assieme e di riunirsi ricordava il popolo
dei farisei sempre intento ad ossequiare nel tempio i suoi scriba e
i suoi profeti.
Essi erano pagani in prestito al Cattolicesimo e sono sicuro che
facevano sempre tutto assieme: “Sparlavano degli altri, chiamavano i
figli sempre con gli stessi nomi e avevano l’espressione accanita da
quella bile verde che colorava le loro facce e i loro corpi, e non
dimostravano un esatto divario di età fra di loro per cui erano
sempre tutti uguali!”.
“Erano sempre assieme!”.
E facevano sempre le stesse cose.
Raccolti nello squallido cortile cementato del Belgodere, non
parlavano di niente e pretendevano di sapere tutto e di essere
sempre all’altezza di giudicare la vita di tutti!
Sono sicuro che la notte si coricassero tutti nello stesso letto! E
che in “quel degno raduno della stirpe di farisei!”, seguissero
ossequiosi da anni le stesse leggi di famiglia e gli stessi dettami
di vita.
Non si erano evoluti. Nell’ultimo giorno settimanale: “Sembravano
tutti la stessa persona, ma una persona assente!”, come se fossero
avvolti da un invisibile alone di Paganesimo con quella sorta di
finto buonismo domenicale come copertura, che li assolveva
accompagnandoli nei pranzi dello stare assieme con la cifra modica
di 30 portate, previo generoso pasticcio dolciario e altre porcherie
simili, riciclati dai pranzetti delle settimane precedenti.
Quando il dott. Pennone li guardava: “Diventava furente dalla rabbia
e perdeva letteralmente il controllo!”.
Soprattutto quando essi si riunivano la domenica mattina che era il
sacro giorno della messa, nel cortile cementato del Belgodere sotto
al suo regale balcone del sesto piano, che era anche il nostro!
Me l’immagino tutti ossequiosi tra il popolo adulante per la
sopravvivenza di Barabba, che metteva nostro Signore Gesù Cristo in
croce!
Se la tribù di Tanino fosse vissuta in quel momento storico, avrebbe
avuto stampato in faccia la stessa espressione eboide che portava la
domenica!
Tutti insomma stupidamente: “Felici nell’infelicità!”. E come in
perenne attesa di qualcosa: “Di un bel piatto di pasta eternamente
fumante a tavola, come simbolo di una gretta e provinciale
subcultura domenicale!”.
Epitaffio vitae: “ Tutto ciò fu la loro bella conquista
intellettuale!”.
Che la notte si ritrovassero tutti nella stanza o sotto le coperte,
sarebbe stato in sintonia con il loro modo di stare al mondo!
Tanino e quel suo popolo di ingordi!
Non erano cinquanta, non erano centinaia, erano migliaia!
E se mi giro riesco ancora a vederli!
“Tanino Tanino era il loro principe”, e il punto di riferimento di
quella folla di questuanti!
Personaggi con capigliature strane, portatori di abiti come se
fossero fatti di plastica per l’usura del tempo!
C’era una parente di Tanino talmente grassa che assomigliava a un
grosso pollo delle fattorie americane del Wisconsin che portava una
pettinatura sul capo talmente fuori moda che pareva ben conservasse
un tacchino in testa!
Magari l’avrebbero servito a tavola poco dopo!
E quel tacchino ci guardava!
Quei farisei hanno salutato e sparlato degli altri sempre allo
stesso modo in vent’anni!
E fra vent’anni faranno lo stesso!
Il padre di Loredana, l’intelligente e combattivo dott. Pennone,
proprio questo non poteva perdonargli: “Che la domenica si
mettessero in cerimonia, in Pompa Magna, come se dovessero sfilare
nella parata dei piccolo borghesi di turno e fossero fieri pur
restando nella vanità della loro ignoranza, perché: “ Loro non erano
una persona, erano migliaia di loro!”.
E Fernando Pennone già preoccupato per la figlia, “L’etilista
Loredana Pennone!”, mi esortava a stare bene attento a quella stirpe
che portava sempre la stessa espressione abbrutita dalla vita
stampata in faccia.
E il cortile di cemento armato del condominio del Belgodere era lo
sfondo ideale di questa stirpe che viveva isolata nel suo stesso
pettegolezzo!”.
Il campanello della nostra casa suonò. Suonò non una, ma più volte!
“Campanello d’allarme? Nooo!”.
Ma esso era sicuramente un campanello magnetico dotato di una
perfetta suoneria soft: “Catartica, fiabesca!”.
Loredana Pennone si scaraventò contro la porta d’ingresso del nostro
appartamento del Belgodere 115.
Dice il proverbio: “Sarà una stella malvagia e ria che porta tutti i
pazzi a casa mia?”.
Ma a pensarci bene, il poeta Ferdinando Russo era un genio quando
pronunciava queste parole profetiche descrivendo l’Odissea
dell’intero genere umano: “E non credo che alludesse soltanto al
popolo napoletano!”.
Destino volle che fu mio padre in quel malaugurato giorno ad aprire
la porta di casa a Loredana Pennone!
Ma a rifletterci con calma, che cosa ridicola se: “Un fantasma
condominiale ti sfugge per un’intera vita e poi si ritrova per forza
di circostanze a chiedere il tuo aiuto!”.
Parlo di Loredana Pennone che era sempre stata una persona taciturna
e con l’espressione contratta sul viso e che per giunta quando la
incontravi in ascensore muoveva il suo sguardo sempre verso il basso
per non incrociare i tuoi occhi, quando rimaneva seppur dietro le
quinte della sua isteria alcolica: “Un essere umano che era in cerca
di aiuto!”.
E quel giorno quando sbadatamente posò delle asciugamani sopra una
vecchia stufa a corrente elettrica e un gran fuoco le minacciò di
arrostirle prima gli amati gatti e poi l’intero appartamento
regalatole dal padre, per prima cosa le venne in mente di bussare
alla nostra porta.
“Al nostro campanello fiabesco che sembrava uscito appena in tempo
dal Flauto Magico mozartiano!”.
Loredana si ritrovò davanti Vincenzo!
Vincenzo sono sicura che non l’avesse vista, come di solito non
vedeva mai niente in vita sua: “Forse neanche l’ombra di se
stesso!”.
Loredana cominciò ad urlargli addosso: “Aiuto! Aiutoooo! Il mio
appartamento va in fiammeeee..!”.
Enzo le rispose in modo repentino: “Io non sono capace di fare
niente!”.
Quel suo non far nulla mi risultava quanto mai casalingo, figlio di
quel suo comportamento lunatico che era nel pieno stile della casa
del Belgodere e anche in parte autobiografico!
E tutto le insicurezze di Vincenzo e i suoi conflitti interiori
dovevano essere considerati come le sue credenziali biografiche, il
suo ostentato biglietto da visita che in fondo rappresentava la sua
stessa cara persona!
Il vuoto che egli offriva al mondo, ritorno un’altra volta sulle sue
note nostalgiche del: “Ma io non so far nulla!”, mi riportarono
subito alla mente quel suo personaggio caratteristico degli anni’70,
con chioma lunga dai folti riccioli neri, sguardo accigliato e
condotta anormale al di fuori di qualsiasi regola!
Loredana Pennone si ritrovò piangente!
Disperata, angosciata, tanto che io mi domandavo: “Dov’era finito il
suo maritino da “appuntamento domenicale?”, al secolo
l’otorinolaringoiatra il dott. Ego Ruffini?”.
“Ego Ruffini era il perfetto clone napoletano di Tulouse Lautrec!”.
Egli possedeva uno sguardo accigliato e l’espressione sempre
ammorbata dei criminali di Conan Dojle, di quelli che nascondono
abilmente l’arma sotto il taschino in pelle del cappotto nero!
Anche se il suo ammorbamento non era niente se paragonato a quello
di Latriero Latrieri, marito di Leta e cognato del prode Vincenzo:
“Il cui ammorbamento prima ancora di essere un riconoscibile tratto
caratteriale, era un valido marchio d’azienda della ipocondria
familiare!”.
Mi immagino la scena del delitto: “Ego Ruffini che spargeva benzina
in tutti gli angoli dell’appartamento di Loredana Pennone e che
tentava di rovinarle la vita una volta per tutte che fosse
naufragato il loro matrimonio, tra un pacchetto di sigarette
marlboro comprato dai contrabbandieri e la scelta dell’etilismo a
vita della moglie!”.
Egli avrebbe sicuramente eliminato anche i gatti se l’avesse potuto!
Anzi quella sarebbe stata la sua gioia più profonda per vendicarsi
della moglie!
Con quel suo sorriso diabolico e che quel rancore generazionale che
si trascinava addosso come lascito della cultura borghese e delle
paranoie dei loro padri costituenti!
“Ma tutto ciò credo che fosse solo immaginazione, sebbene tutti noi
dell’universo della casa del Belgodere avevamo imparato a coabitare
con un mondo che avesse le sue sottili percentuali di realtà e di
fantasia!”.
Rimaneva adesso solo la sagoma di Loredana Pennone che s’immolava
sui bordi del nostro appartamento mentre suonava freneticamente il
campanello soft del Flauto Magico mozartiano!
E immobile rimaneva anche mio padre Vincenzo che se non aveva
accanto a sé: “Papà e mammà, Nora e Ciccio Triberti o gli affiliati
del clan familiare che lo accudivano come un bebè!”, non sapeva
realmente come comportarsi nella vita!
Forse Vincenzo pensava che dopo che il fumo uscisse da casa di
Loredana Pennone : “ Che l’intero condominio del Belgodere 115
sarebbe stato divorato dalle fiamme?
Magari!
Finalmente una po’ di vita per quei morti viventi dei suoi inquilini
reclusi a vita dentro quel sepolcro condominiale!
Ma Vincenzo non aveva ancora capito come comportarsi!
E sicuramente Tanino il portiere, era intento come da prassi a farsi
sbranare dal nostro cane corso Bjorn, come era nello spirito di
addestramento alla tedesca di mio fratello Antonio!
Dovette correre mia Madre Margherita a salvare Loredana! Dato che
Enzo era ancora immobile come la statua di pietra del Commendatore:
“Nel finale del secondo atto del Don Giovanni di Mozart!”.
Mia madre portando con sé dei panni vecchi riuscì a domare
l’incendio!
E il fumo che uscì dall’appartamento di Loredana Pennone, regalatole
con tanto zelo da suo padre, il dott. Onofrio Pennone, sembrò prima
ancora che fosse stato sedato: “Il fumo del Mondo degli Inferi! Dove
si arrostivano le anime in persona!”.
Camminava per il Vomero con la sua caratteristica Wolswaghen viola
che mi dava tanto l’impressione di Hervey: “Il maggiolino tutto
matto della Walt Disney Company!”.
Ma il soprabito alla Bogart che indossava nella sua nonchalance
tutta all’inglese e che ne marcava anche lo stile della camminata
malinconica, ne facevano il ritratto di un personaggio che era: “Un
po’ detective, un po’ padre di famiglia!”.
Il dottor Ferdinando Pennone, padre di Loredana Pennone, era un
intelligente medico che ricopriva il ruolo del medico di famiglia
dell’ USL, all’interno del condominio di cemento armato del
Belgodere 115!
Ma a differenza degli altri medici, si distingueva per i tratti
raffinati di quella sua familiarità un po’ teatrale, ma piena di
umanità, che innescava con noi bambini la condotta di un rapporto
cordiale, fuori dalle righe rispetto all’ottusità degli altri medici
della Mutua, che lo rendevano dispotico e affettuoso, professionale
e sempre presente nelle sue ore di lavoro.
“C’era del divertimento in tutto questo suo abbandono!”.
E quando lo si sfotteva chiamandolo con gli eufemismi infantili che
avevano il sapore della farsa, lui stava al gioco e mai ricordo una
volta che si sia arrabbiato! Insomma, non si scomponeva mai!
La sua Wolswaghen viola era il lasciapassare verso i clandestini
luoghi del quartiere Vomero!
Quando guidava quella macchina trascinandosi i fidi cani di “razza
cockers!”, sembrava veramente un detective poliziesco che dovesse
starsene da solo per riflettere sul caso che più lo interessava!
Ma l’arguzia dei detective non lo irreggimentava solo nel suo
lavorio quotidiano, in fondo lì bastava solo la sua umanità e la sua
pazienza, ma questo suo tratto caratteriale lo trascinava nella
risoluzione dei probemi di ogni giorno e gli serviva per capire come
fossero fatti: “I luoghi, le cose, le persone!”.
Odiava due tipi di categorie: “Da una parte gli attuali spasimanti,
gli ex fidanzati, gli ex mariti della figlia! E dall’altra detestava
i parenti di Tanino il portiere, che si radunavano la domenica sotto
il suo balcone condominiale del Belgodere!”.
Il dott. Pennone odiava Ego Ruffini, “il Tulouse Lautrec
napoletano!”, che sposò sua figlia Loredana e detestava con più
veemenza l’avvoltoio di nome Benjamin, l’attuale spasimante: “Che
supponeva si fosse fidanzato con sua figlia una volta che avesse
divorziato da Ruffini, solo per estorcerle il patrimonio quando lui
sarebbe morto!”.
Queste sono cose che lui aveva capito prima di tutti, prima ancora
della figlia e che ci comunicava con un movimento del suo sguardo!
Pensava e ripensava alla figlia che era sola!
Chissà realmente cosa gli passava per la testa quando si assentava
dalla realtà nelle sua passeggiate in macchina!
Forse pretendeva di conoscere bene la figlia Loredana in ogni minimo
dettaglio: “Percependo le sue nevrosi, la sua fragilità, quel suo
stare a fatica nel mondo sprofondando nelle gioie dell’alcol!”.
Ma il dott. Pennone pensava con un certo compiacimento che: “Nel
vuoto non c’era solo sua figlia! Ma si trovava l’umanità intera!”.
E pensava: “Il vuoto diventa una percezione che non tutti sanno
sfruttare!”.
Ferdinando Pennone rimaneva comunque molto legato alla figlia!
E il suo pensiero cadeva su di lei proprio quando guidava la sua
Wolswaghen viola, quando trascinava a forza i suoi cockers in
macchina, che rimanevano legati a lui da un cordone ombelicale
invisibile: “Quel misterioso rapporto che lega l’anima degli animali
alla fragilità degli uomini e non certo l’inverso!”.
Quel suo corpo grassottello e quella voce aristocratica erano gli
strumenti che gli facevano indovinare la sostanza di cui fossero
fatte le persone e come funzionasse l’intera etica dei rapporti
umani!
E a ripensarci vedeva intorno a Loredana solo uno stuolo di
avvoltoi, gente senza scrupoli pronta ad approfittarsi delle sue
debolezze!
“Aveva forse sbagliato ad accudirla come una principessa?”. “E se
no! In cosa aveva sbagliato?”-Pensava!
“E quell’esercito di badanti, cameriere, servitori, con cui l’aveva
accerchiata erano stati la scuola preparatoria per darla in pasto ai
pescecani della vita?” “Ed erano stati tutti la sua rovina?”.
Camminava dentro il condominio di cemento armato del Belgodere 115
come se conoscesse perfettamente quel mondo, fatto da una realtà di
piccolo borghesi ossequiosi e di pescecani insicuri che lo aiutavano
a capire come funzionasse ogni riposta legge dei loro contorti
meccanismi mentali.
Fernando Pennone usava quella sua Wolswaghen come una navicella
spaziale che lo allontanava momentaneamente dal mondo degli uomini e
che gli dava il permesso per muoversi: “Fra le loro cose invisibili
dell’esistenza e in tutte le beghe quotidiane!”.
Vincenzo figlio di Nora e di Ciccio Triberti!
Margherita figlia di Maria Wuttemberg e di don Antonio Savino.
Storie di clan diversi e sempre ottusi per l’ebbrezza delle guerre
familiari che non portano mai a niente, “situati nella genealogia
dell’artista napoletano!”.
“Un artista che ha sempre abitato su un altro pianeta!”.
“Rimanendo un alieno fra alienati!”.
La storia della mia famiglia si riassumeva così: “Confrontando le
azioni trasgressive della pittrice Margherita, e le remissioni del
geniale intellettualoide Vincenzo prima nei confronti della vita, e
solo dopo con i regimi delle loro due famiglie di appartenenza!”.
Si dice che durante le tensioni degli anni 80: “Ronald Regan
leggesse la Bibbia per orientarsi sulle sue occulte strategia di
belligeranza da adottare sia nella politica, che nella fatidica
azione militare!”.
“Lato diabolico e paradossale del potere!”.
“Ecco poi perché negli Stati Uniti i neoconservatori si sarebbero
appigliati alla religione per esportare la “democrazia preventiva”
in Medioriente, causando ancora più vittime e ottenendo consenso
nelle masse del suo elettorato!”.
“Soprattutto per salvarsi la coscienza dall’idea acchiappa tutto del
senso di colpa!”.
E tutti si sarebbero messi in questa condizione metafisica per
salvaguardare anche i propri interessi economici.
“Potenti Ottusi!”.
“Con il cattivo dono di alimentare negli uomini soltanto il dono
della paura!”.
Cosi’ ottusi erano nel fondo del loro animo i clan di appartenenza
dei mie genitori Vincenzo e Margherita,: “Che si chiamavano famiglia
Savino di lei + famiglia Triberti di lui!”
Le loro famiglie volevano avere sulle loro vite un controllo assiduo
e mentre Margherita rifuggiva con determinazione bellica dai
tentativi di manipolazione familiare, Vincenzo rimaneva legato a
vita sullo spessore delle corde pugilistiche della schiavitù
invisibile della quiete domestica.
“E anche sotto il petto di mamma!”.
Come aggiungerebbero le pungenti lingue dei pettegoli familiari: “Al
cui confronto l’opera di revisione storica di Tucidide non sarebbe
stata mai niente!”.
Io non ci girerei troppo con le parole e chiamerei chiaramente il
prode Vincenzo: “Un internato domiciliato!”.
Diciamo per descrivere l’accaduto che Margherita si metteva contro i
genitori, “Maria Wuttemberg e don Antonio Savino!”, mentre Vincenzo
sotto l’egida trasgressiva del suo super-io, rimaneva ancorato sotto
il controllo di mammà!”.
“Mancava soltanto la Bibbia sotto al suo comodino, ed eravamo al
completo con i paradossi!”.
“Presidente Ronald Regan docet!”.
La mentalità delle loro due famiglie di origine: “I Savino e i
Triberti!”, era in fondo quello che la religione ebraica era stata
per la rigida condotta dell’osservante ebreo: “Carcere e Protezione
a vita!”.
“Litigavano fra di loro!”.
“Litigavano sempre!”.
“Tutti!”.
Le faide del Colosseo, il clamore della folla, le urla, le belve
feroci, non erano niente in confronto ai giochi rocamboleschi della
mia famiglia: “Ma non lo dico tanto per rammarico, quanto per
simpatia e complicità con la squadra al completo di queste anime in
pena, essendo in parte sedotto dai loro virtuosismi nevrotici!”.
Diciamo che in termini matematici che: “Lo scontro era una costante
fissa fra le variabili della loro vita!”.
E se Margherita non subiva certo i riflussi camerateschi del bastone
patriarcale di don Antonio: “Il pater familias Savino!”, di sicuro
Vincenzo rimaneva ancorato a vita nel porto fantasma e senza navi di
casa Triberti, come un mobile di quinta mano usato e consumato da
mamma Nora Trominech, pronto: “Per non essere mai espropriato dalla
comoda e nevrotica proprietà familiare”.
E con il passare degli anni si sarebbe trasformato in un mobile
sempre più antico!
Come quelli che i rigattieri spacciano per arte e che invece
appartengono a fasti salottieri degli anni’60!
Vincenzo quando si stancava di insegnare a scuola prima ancora che
avesse incominciato il suo lavoro di insegnante e quando imparava in
modo maniacale la grammatica delle lingue indoeuropee, o ancora
quando imitava con una certa abilità le mille voci dei personaggi di
Alberto Sordi, detto secondo l’eufemistico apprezzamento italiota:
“Albertone!”,
sceglieva in fondo di rimanere eternamente tranquillo e
imperturbabile dentro il labirinto di casa sua!
Se dovessimo paragonare mio padre a un qualsivoglia animale:
“Dovremmo arguire che più che a un cavallo di razza si trasformava
in un pony di famiglia, che del primo si ostinava ad avere
l’effervescenza, ma non certo la costanza e la scaltrezza indomita
fornitagli dai fasti occulti di Madre Natura!”.
E sua madre Dora era il dolce ristoro, quiete casalinga nostalgica,
“Si ma di che cosa?”. “Dato che lo insultava senza che mai lui
avesse una reazione?”. “Ed era per i suoi occhi eterna protezione
nei confronti di un mondo minaccioso e popolato da ombre giganti che
spesso lo spaventavano come se fosse ancora un bambino!”.
Nora spesso chiamava Vincenzo suo figlio: “Ninnillo!”, anche se
Vincenzo dopo il lento e repentino passare degli anni era oramai
arrivato quasi vicino alla sessantina!
“E del neonato non possedeva quasi più niente!”.
Margherita mia madre no!
Lei dei litigi con suo padre ne aveva fatto quasi una solida virtù!
Nascondendo nei suoi discorsi una certa sensibilità non ancora
annientata dalle forze vita che ci folgorava quando ci raccontava a
letto da bambini le sue favole immaginarie e non smetteva di
folgorarci, quando ci trasmettva a distanza di trent’anni, la stessa
sensibilità nei racconti della sua vita e allora io e mio fratello
pensavamo che lei usasse ancora quelle sue cantilene curative e
quelle sue filastrocche magnetiche.
“La costante era che insomma non vi fosse ancora un divario
attendibile fra i discorsi comuni e le favole, fra l’immaginario e
la realtà, un po’ come succedeva nel bosco allegorico della stanza
dei quadri della casa del Belgodere!”.
Ma forse a ripensarci bene mio padre, visto le divergenze fra le due
famiglie e le tipologie costitutive delle varie personalità appena
elencate: “La notte non teneva la Bibbia posata sul comodino della
sua camera da letto, come invece faceva il presidente degli Stati
Uniti d’America Ronald Regan!”.
Laniero Latrieri era lo storico cognato di Vincenzo essendo stato
fin dai primi anni’80 il marito di sua sorella Leta, detta per il
suo duro carattere autoritario: “Leningrado!”.
Figura non molto alta, ritenuto in famiglia “l’ammorbato!”, per la
storica espressione contrita del viso e per il suo caratteristico
broncio, assomigliava tanto a un Dustin Offman napoletano,
portandone la stessa capigliatura e quella depressione facciale che
il reale attorre americano assumeva in tutti i suoi film drammatici:
“Da Krumer contro Krumer a Piccolo Grande Uomo!”.
Laniero in fondo era sempre stato così, un folletto metropolitano
sempre incazzato col mondo intero che sfogava tutta le sua rabbia
repressa su Vincenzo!
Dalla moglie Leta ebbe due figli che si chiamarono: “Aureliano e
Samanta!”.
Aureliano fu cresciuto dalla madre come un Dio in terra!
Ben per lui se vestiva fin da piccolo con abiti alla moda e
costosissimi e frequentasse le migliori scuole!
Idem sua sorella Samanta: “Che per la madre avrebbe dovuto avere
libero ingresso nel giornale fantascientifico per modelle Elisabeth
Warrett!”.
Sua madre Leta l’accudiva come una Dea non facendogli mancare mai
niente!
Insomma i figli di Laniero erano privilegiati rispetto alla massa e
anche rispetto all’educazione che io e mio fratello avevamo avuto da
Vincenzo e Margherita, che sembravano aver ripetuto con noi lo
stesso metodo educativo con cui Leonard Zelig non aveva avuto vita
facile all’interno del proprio clan familiare e nel suo quartiere
yiddish di Manhattan quando si scontrava con gli antisemiti.
E Laniero tutto sommato veniva relegato in un angolo buio nella sua
casa, essendo la sua vita subordinata alla scena principale del
repertorio familiare che veniva occupata dalla moglie e dai figli!
Egli subiva tutto questo e non aveva diritto di replica!
E quando poteva sfogava la sua rabbia sul caro Vincenzo, anche se
quest’ultimo non c’entrava niente, ma si trasformava un po’ nella
pattumiera delle faide e degli odi familiari!
E se penso che questi personaggi fossero cattolici: “Capisco quanto
sia paradossale e tragicomica l’esistenza!”.
Laniero aveva una grande collezione di Budda, anche se non ho mai
capito il perché della loro presenza!
Si! Quelle grosse statue bianche con la pancia rivolta all’infuori
che stavano accovacciate per terra come se stessero facendo una
seduta di yoga e che in cuor loro pareva che ti giudicassero
dall’alto verso il basso!
“Non bastano gli uomini, adesso si mettono anche le statue a
giudicarci?”.-Pensai più volte dentro di me!
“Ma nella mia maldestra famiglia succedeva questo e altro ancora!”.
“Accadevano delle cose che avrebbero potuto impressionare anche
Charles Adams, l’autore della serie tv.cult degli anni’50, sulla
famiglia bizzarra omonima!”.
Le statue raffiguranti Budda di Laniero Latrieri erano piuttosto
piccole e deformi e ammorbate come il loro “storico padrone!”.
Ed erano così sempre trite e contrite, che io, mio fratello Antonio
e mio cugino Ludovico R, sin da piccoli concepimmo quello che fu un
atto surrealista!
Dato che Latriero Latrieri qualsiasi cosa accadesse aveva sempre
avuto il broncio stampato in faccia, una volta gli scrivemmo una
finta lettera firmandola con il nome di quegli zombi condominiali
del suo palazzo di VIA DEGLIATSRATTI, in modo che pareva che quei
morti viventi volessero querelarlo perché fosse indispettiti: “Dal
suo ammorbamento!”.
E ridemmo di questo, perché nonostante fosse un atto demenziale,
“fuori dalle righe!”, lo reputammo anche un’azione surreale fuori
dal comune, anche se una volta incominciata, alla fine non finimmo
la lettera provocatoria perché ci piacque non oltrepassare la sfera
del gioco, per non invadere o svilire del tutto la realtà dei luoghi
comuni familiari!
Ma in noi rimasse il divertimento!
E consentiteci anche l’idea trasgressiva e non convenzionale dello
sfottò!
Laniero era sempre stato così ammorbato con tutti, che una volta per
uscire finalmente dal tunnel vizioso e mortifero dell’ipocondria,
provò per sdrammatizzare la realtà delle tensioni familiari a
giocare con suo figlio Aureliano!
Aureliano, mi ricordo come se fosse ora, aveva una paio di
blue-jeans all’ultima moda, di quelli fini e lucenti e Latrieri si
lanciò sul figlio per scherzare e fingere di fare la lotta!
Cominciò a giocare!
E anche suo figlio parve divertirsi!
Ma poi il pantalone all’ultimo grido di Aureliano si spezzò e il
derelitto figlio cominciò a piangere così forte che smise di giocare
e allarmò la madre Delingrado: “Che chissà cosa pensava che fosse
successo al figlio!”.
Allora un urlo animalesco e repentino arrivò dalla cucina: “Laniero?
Che cosa hai fatto ad Aureliano?”.
Sua moglie Leta non voleva che si facesse arrabbiare Aureliano,
l’unico figlio maschio e non ci vide più dalla rabbia, anche se
padre e figlio stavano soltanto giocando in santa pace!”.
Laniero si ammorbò e disse: “Leta? Aureliano non si tocca? Eh?”.
E come sempre Laniero Latrieri si ritrovò tutta la famiglia contro!
Quasi come se si fosse trasformato in un clone di Vincenzo! Ma di
Vincenzo ce ne era soltanto uno!
Tutto soltanto per un blue-jeans rotto!
Ah! Se avesse avuto mio padre sotto le sue grinfie anche quella
volta!
Ma Latrieri nel suo essere metodico non ci pensò poi molto!
Mise ripetutamente il broncio e ancora si ammorbò!”.
Aureliano si lamentava piangendo per un pantalone rotto!
E piangeva per l’infelice sorte di un blue jeans che dopo la lotta
con il fido Latriero, al massimo si era potuto procurare qualche
strappo innocente che sarebbe stato riparato con un’esperta sarta
dalle abili mani.
Non avevo mai visto Latriero Latrieri giocare così spontaneamente
con il figlio, né ridere con tale foga.
Mi sarebbe tanto piaciuto che ridesse così anche Vincenzo con noi e
che abbandonasse con se stesso e con noi “quella sua corazza
teatrale di gladiatore del pathos familiare!”, magari facendoci fare
qualche strappo al nostro pantalone!
Aureliano e Latrieri: “Bella coppia dell’operetta familiare!”.
Ma per rendere il sorriso di Latrieri come improvviso miracolo,
bisognerebbe pensare a quelle cose impossibili che non accadono mai
nella vita e che per questo l’immaginazione le rende speciali:
“Sublimando un evento con la creatività!”. “Facendoci credere che
sono cose che accadono!”. “E succedono nel teatro colorito della
nostra memoria!”.
Come se dovesse nevicare in agosto o come se i potenti della terra
prendessero al di là delle recite quotidiane, veramente a cuore le
sorti dei suoi abitanti più indigenti e potessero cambiare il corso
delle cose, come se ci fosse qualcosa di miracoloso che cadrebbe
sopra il balletto meccanico dei piccolo borghesi e della loro
isteria quotidiana.
Vedere Latriero ridere era un cambiamento sconvolgente che avveniva
nelle nostre vite.
E in quel teatro ordinario che era casa Latriero: “Dove qualsiasi
anomalia o bizzarria veniva tenuta lontana dai codici di
comportamento ufficiali e ritenuta cosa indegna: “Il gioco era
diventato la vera realtà nella realtà, almeno per una sola volta
nella vita!”.
E la novità consisteva nel sorriso di Aureliano e poi: “Padre e
figlio che bando alle ottusità del destino si concedono finalmente
un momento di relax e allora la lotta, una lotta corpo a corpo si
trasformò in gioco e melodia, che nulla ebbe a che vedere con la
vita dei teatri borghesi e delle loro solennità giornaliere!”.
“Ecco che il corso delle cose che si capovolge!”.
E capovolgendosi manifesta il profondo “equilibrio tra le cose che
persiste nel disequilibrio umano!”.
E i ruoli che sono sempre qualcosa di opprimente e non di curativo,
quando si capovolgono diventano come un sipario che si apre a cielo
aperto, al mondo capovolto, nelle maschere delle persone assorte,
insomma un sipario che per una volta non appartiene solo al palco,
alle sale, ai cantanti, ai camerini o ai buchi dei suggeritori!
“Quindi niente più rappresentazione!”.
Latriero Latrieri, il caratteristico e ipocondriaco papà di nostro
cugino Aureliano, quando rideva cambiava aspetto!
Quella volta dello strappo del blue jeans di suo figlio si trasformò
in un'altra persona.
Mai più vidi riderlo!
Poi per quanto concerne il quadretto degli equilibri familiari e gli
schieramenti durante l’esplosione di una “lite in atto!”, non sapevo
di mia zia Leta che si scagliasse contro il marito, essendo forse
manipolata dalle intenzioni del figlio, per controllare qualsiasi
meccanismo familiare che osasse sfuggire al suo controllo di
censore!
“Anche il gioco forse diventava tabù per Leta?”.
“Certo non sarebbe stata la prima volta!”.
Tutto l’evento destò la mia curiosità e capii il legame incestuoso
che compariva: “Tra Leta e Aureliano o tra Aureliano e Leta!”. E
anche le loro concessioni edipiche rimaste nella normalità
gerarchica del rapporto: “Madre autoritaria+devoto figlio che
obbedisce!”. “Ci fu mica similitudine col giochetto incestuoso fra
Nora e Vincenzo?”.
“In fondo non c’era stato nulla da difendere!”.
E sicuramente quel blue jeans rotto non meritava la reazione di Leta
così spropositata e fuori tempo, dato che Latrieri non stava
commettendo alcun reato, ma era soltanto desideroso di giocare con
il figlio.
Cose davvero strane per casa nostra!
Nella casa del Belgodere regnava invece l’assoluta anarchia!
E per quanto fossimo bersagliati dai vari tribunali dell’ordine
sacerdotale familiare, non accadeva soltanto che Vincenzo litigasse
con Margherita, anche se il loro matrimonio futuristico consisteva
in prove ordinarie incivili al di fuori della normale convivenza
civile e in “castelli in aria spropositati e divertenti che vivevano
sul filo che separa la dimensione del sogno da quello
dell’inquieto!”.
E a ripensarci in un microcosmo a parte, la madre di mio padre Nora
lo proteggeva anche quando non era il caso di difenderlo!
Questo mi avrebbe riportato alla mente la strenua difesa di Leta a
suo figlio Aureliano contro il marito Latriero e l’enormità dei
rapporti edipici che non venivano mai pienamente affrontati e
risolti all’interno delle faide familiari borghesi.
Se Leta aggrediva Latrieri, Vincenzo si schierava contro di noi
quando i suoi fantasmi interiori si mettevano contro di lui!
“Chissà se anche i fantasmi di Vincenzo ogni tanto si fossero fatti
degli strappi al loro blue jeans!”.
Il mondo dei personaggi che abitavano la casa di nostro cugino
Aureliano ci aveva sempre incuriosito, diciamo pure che la
sensazione che avvertivamo in quel luogo era: “Una curiosità mista a
spavento!”.
Più che dai nostri cugini o nipoti, io e mio fratello Toto
rimanevamo colpiti da quel teatro fragile e assassino, da persone
che non conoscevamo e che scambiavamo per androidi: “Di cui ci
colpiva quel recitar, rimanendo sempre tra le righe!”.
Ad esempio a Natale sotto l’albero sacrale a casa dei nostri nonni
Savino ricevevamo regali belli: “Si ma normali!”.
A casa Latriero, Aureliano pareva che possedesse un’alcova che fosse
sempre ricoperta d’oro! E riceveva in dono oggetti particolari e
ogni altra sorta di regali: “Abiti firmati, ski per le vacanze
invernali, giochi e giocattoli che erano così costosi che non
correvano mai il rischio di essere confinati nelle vetrine dei
negozi!”.
Senza contare quella volta che io e mio fratello rimanemmo colpiti
da “Dragon, un solenne robot giapponese!”, a cui mio padre in segno
di ossequio verso sua sorella Leta, volle regalarglielo a suo figlio
Aureliano!
“Insomma neanche a pensarlo che c’eravamo per primi noi!”.
“Normale consuetudine per quell’ometto!”.
IL TEATRO DI CASA LATRIERO SI TRASFORMAVA IN UNA NORMALE CASA DI
SPETTRI!
Ed era spettrale il bell’Armanduccio, uno stereotipo smagrito che
pareva egli stesso un androide uscito appena in tempo per il mercato
da una solenne fabbrica di Zurigo.
Egli era uno storico amico di Leta che si prodigava in varie
profferte di sorprese natalizie, doni e regali e qualsiasi altra
cosa giungesse ad Aureliano sotto l’aspetto aureo e diamantifero,
essendo il suo padrino battesimale!
A casa Triberti mai che avessimo avuto un padrino che fosse andato
al di là dei rituali convenzionali e delle stereotipie familiari!
Vincenzo fra tutti docet!
A casa Latriero finivano per esserci: “L’oro, l’incenso e la
mirra!”.
Elementi virtuosi del giubilo natalizio: “Dove nostro cugino
Aureliano diventava il Cristo festeggiato e il suo palazzo di Via
DEGLIASTRATTI, prendeva sovente il posto della Betlemme che tutti
conoscevamo nelle lezioni impartiteci nella chiesa familiare!”.
“Normale, non è vero?”.
A casa Triberti, dove abitavano noi, finivano si e no sotto l’albero
qualche regalo sbiadito nella sua normalità!
E se nostro cugino Aureliano si trasformava in Cristo, noi con
Vincenzo eravamo gli allegri ladroni!
C’era però qualcosa di strano e avvincente a casa Latriero!
Quei sorriseti gelidi, virtuali tra mariti e mogli, perpetuatisi fra
gli gli amichetti di Leta e Latrieri, ci nascondevano qualcosa!
Se fossero stati paragonati a loro, Margherita e Vincenzo avrebbero
mostrato ai quattro venti i loro buoni e cattivi momenti coniugali,
mentre a casa Latriero i loro amici erano sempre su un palcoscenico!
Mai un guizzo di spontaneita!
“Recitavano sempre una parte!”.
“Ma non dormivano! Essi erano svegli!”.
Elementi del raduno di casa Latriero: “Quelle cosce lunghe, gli
occhi di gatta di lei, i capelli biondi delle donne erano forse il
contraltare dei loro mariti smagriti, consumati e pieni di scatti
d’ira, ben nascosti sotto le formalità del teatro domestico piccolo
borghese!”.
Quel compendio amoroso di suggestioni matrimoniali diventava ancora
più reale quando quei personaggi sparivano dalla nostra vista!
Non ricordo mai che in quei ricevimenti di ordinanza Latriero
Latieri parlasse con qualcuno!
Né che scambiasse una parola con sua moglie Leta!
Rimanevano quei regali costosissimi che Aureliano-Cristo Latriero
riceveva in dono, non dico regali da nababbi: “Ma essi erano pur il
frutto della mentalità borghese!”.
E se non c’era lo spirito del Natale a far quei doni sì lucenti,
sicuramente per come era omaggiato nostro cugino Aureliano, egli
diventava: “Il piccolo Gesù di Nazareth!”.
E quell’atmosfera un po’ surreale dell’universo Latriero, di donne
mascoline, mariti smagriti e giubilanti solo per le formalità
domestiche: “Ci incuriosiva più di quanto non dessimo a vedere!”.
“Si parlava tanto di altri mondi!”.
“Ma gli androidi erano lì davanti a noi!”.
Quel teatro convenzionale recitato nelle sue forme essenziali, era
un sottobosco dove gli amici di Leta e Latriero uscivano da casa e i
loro fantasmi interiori: “Prendevano il posto, il ruolo, la
civiltà!”.
E in questa sfida titanica che era il passaggio di consegna tra “il
vecchio e il nuovo mondo!”, lo spirito del natale resisteva fra
doni, regali, cerimoniali di alto livello e lo spirito dei fantasmi
rimaneva sempre vigile anche dietro la quiete borghese delle seriose
stanze di casa Latriero!
Armanduccio aveva sempre il sorriso furbo stampato negli occhi e la
pelle diafana di un uomo che era stato ibernato per secoli prima di
rientrare nelle consuetudini della vita borghese.
Gli amici spettrali di Leta e Latriero erano stati : “Il vero teatro
borghese in questione!”.
E le famiglie che si radunavano a casa loro con la presenza di quei
loro idoli spiccioli e consumati dal tempo, erano stati il vero
repertorio della stagione dei teatri vomeresi!
Per vedere finalmente qualcosa di degno non c’era più bisogno di
comprare un carnet di spettacoli che presentasse le prime delle
compagnie e degli attori itineranti ospitate dal Teatro Aurora, che
si trovava sotto il palazzo dei miliardari di VIA degli ASTRATTI!
Fra quei personaggi se Vincenzo fosse stato paragonabile a un
fantasma, sarebbe stato sicuramente considerato come un fantasma
funambolo, sempre in corsa attraverso i gironi infernali del tempo,
come una meteora arsa di rituali che non si fermavano mai! E anche
con Margherita fece tutto in fretta!
Condivisero i miei genitori le sorti di un tempo che rispetto a
quello degli altri possedeva una velocità maggiore!
Negli anni che venirono mio padre Vincenzo divorziò velocemente da
Margherita! Forse più di una volta!
E in fretta cercò di ricucire il rapporto quando naufragò il loro
matrimonio!
Gli occhi gelidi di Armanduccio, il corpo sottile di sua moglie
Vampy, l’espressione scaltra di Leta, la faccia ammorbata di
Latriero Latrieri: “Erano stati tutto uno spettacolo lento, un
repertorio forse un po’ingiallito dal tempo!”.
“Tutto l’opposto dei miei genitori che preferivano spettacoli veloci
e divertenti!”.
Aureliano era stato ben istruito dalla madre a ringraziare e
ingraziarsi il prode e robotico Armanduccio, quando con la moglie si
sbizzarrivano nel rito autocelebrativo dei loro pomposi regali
natalizi e post-natalizi!
A casa Latriero aleggiava disinvolto lo Spirito del Natale, anche
quando non era più il fatidico mese di dicembre e non giungeva
ancora la santa ricorrenza del 24!
“C’era però lo spirito di Armanducio!”.
“C’erano i sontuosi regali di Armanduccio!”.
E “il grazie di Aureliano!”, diventava quasi il biglietto da visita
di Armanduccio e di sua moglie Vampy per entrare in quel mondo
protettivo e sepolcrale di casa Latriero: “Fatto tanto di forma,
quanto mancante di sostanza!”.
Tra marito e moglie non c’era felice intesa!
Certo così paragonata la Civiltà degli spettri, che facevano regali
ad Aureliano e la quiete casalinga di Leta e Latriero con la casa e
la sfera del cosmo sociale, attraverso cui gravitava l’orbita del
pianeta Savino, “I mitologici genitori di Margherita!”, si era
realmente in mezzo a due universi opposti!
Se gli amici di Leta erano spettrali, i Savino erano essi stessi
spettri autentici!
E quei mondi così diversi sceglievano di comunicare a distanza!
Forse comunicavano tra di loro più di quanto facessero Armanduccio
il robot e sua moglie Vampy!
Armanduccio, con il passare degli anni l’ho sempre paragonato pari a
un attore del cinema di serie B della Hoollywood sottoproletaria
degli anni’50, “quella dei registi anti-colossal alla Ed Wood!”, e
mi ha sempre dato l’idea di un uomo sprofondato in crisi e
nell’alcolismo acuto dopo una breve carriera cinematografica
accessoriata di lustri e lustrini!
Nella sua realtà non faceva certo l’attore e non era un alcolista,
ma mi ha sempre dato quel tipo di impressione lì!
Sua moglie Vampy che le gazzette multietniche dei pettegoli
familiari dicevano che fosse miliardaria, e in fondo quella solida
virtù rimaneva: “Il vero Spirito del Natale nella cultura
borghese!”, aveva un corpo smagrito, il capello androgino e lo
sguardo che era sempre altrove. Quasi disancorato dalla sua stessa
realtà di appartenenza!
“Trama e svolgimento della scena madre”: “Vampy era ricca,
Armanduccio faceva i regali per disobbligarsi dal padrinato
battesimale assunto con Aureliano e quest’ultimo viveva nel suo mito
capitalistico!”.
E Vampy che aveva un corpo mascolino e faceva del body building la
sua religione ancestrale, rincorreva con tutta la sua forza le leggi
della mitologia del corpo occidentale secondo l’etica consumistica
di addestramento forzato all’americana!
Erano i fatidici anni’80: “Con l’esplosione televisiva dell’american
fitness, e le serie cult.tv sulle straricche famiglie di Dallas e
Dynasty, dove però esisteva ancora del tempo per il Natale e per il
cerimoniale borghese!”
Per le strade c’erano foglie ingiallite dal tempo che non perdevano
la loro bellezza, neanche quando erano ammassate per caso dal vento,
come fossero state luminosi tappeti che ricoprivano i marciapiedi
delle uggiose strade autunnali del Vomero!
Rimaneva solitario fra le comparse : “Quel freddo gelido di dicembre
che entrava furtivamente nelle case e riusciva a riscaldare le anime
con la sua magia!”.
Quando l’oscurità della notte copriva di presagio e di mistero il
cielo intero, tutta la zona del Belgodere : “Il suo vicolo, le sue
strade solitarie, i suoi palazzi a casermone, la sua chiesa,
assomigliavano per paradosso a un quartiere di New York chiamato
Coney Island, dove nei lontani anni’40 esisteva un grosso parco
giochi per bambini che faceva tremare con le sue giostre e i suoi
marchingegni spettacolari le case dell’intero circondàrio!”.
E così quando la notte mi addormentavo nel mio letto della casa del
Belgodere 115, mi pareva che tutt’intorno: “Le pareti, le stanze e
le altrui case tremassero con la stessa veemenza!”.
Nella zona del Belgodere accadeva in un lampo che il teatro
mortifero della mattina scompariva senza annunciare le sue uscite di
scena e allora la quiete che entrava nelle case e nelle persone,
ridisegnava con la sua nuova identità tutte le ville del quartiere.
Via del Belgodere era per i suoi variegati abitanti un po’ tutto
questo per paradosso: “La borghesia alta abitava le ville del’700,
alcune delle quali erano adibite a studi rossiniani, le persone
normali dopo una giornata di lavoro alienante si rintanavano in
quegli anonimi casermoni di cemento armato che avevano un po’ l’aria
del carcere americano di S.Quintino, e il popolo e il suo popolino
abitavano i restanti vicoli e le case nei parchi che costeggiavano i
bordi del vicolo del Belgodere che si trovavano lungo la strada!”.
E il popolo che lavorava nelle salumerie riusciva sempre a infondere
la sua maschera drammatica e anche la sua gentilezza quando
recapitava la spesa nella nostra casa del Belgodere!
Mia madre Margherita quando usciva dall’estatica opera dei suoi
quadri informali, aveva davvero un rapporto tutto speciale con
questa umanità!
“C’era tra lei e questi giovinastri una sorta di complicità
nascosta!”.
La sua bontà pietista era l’epiteto che si trascinava addosso con
una certa frenesia.
Il carattere amichevole di mamma Margherita faceva da contrasto a
quel quartiere che dietro l’affabilità popolare nascondeva i suoi
sprazzi di violenza irrisolta, il grottesco delle loro azioni, il
pero mortifero delle responsabilità di ogni giorno.
“Ecco il catalogo delle azioni popolari!”.
L’esercito dei ragazzi della salumeria invadeva il salone dei
quadri!
Salvatore il salumiere: “La cui figlia pareva la zingarella calva
uscita dal film del “Marchese del Grillo!”, in cui Alberto Sordi le
gettava le monete passate nel fuoco un secondo prima di
lanciargliele!”, sembrava trasformarsi con i suoi impiegati, nel
popolino della Francia prerivoluzionaria che occupava la clinica
magnetica del dott. Mesmer!
E il tono confidenziale di Margherita con quei ragazzi la diceva
lunga sul nostro modo di fare, dove la nostra spontaneità anche se
veniva intravista dai nostri parenti come una forma di
degenerazione, riusciva sempre a trionfare sulle formalità
dell’esistenza, sulla banalità con cui erano impostati i rapporti
umani e farci diventare: “Alieni e non alienati nell’odissea della
vita!”.
Nei casermoni borghesi che ci erano accanto, le famiglie seppur
divise e ammutolite nei letti separati dove si ritrovavano i loro
matrimoni disfatti, erano abituate a gerarchie sociali e a rapporti
umani ben definiti!
E a proposito di spontaneità si ritornava maldestramente ai giudizi
e all’ira funesta del dottor Ferdinando Pennone, il padre di
Loredana, su quel popolo di farisei che era la famiglia di Tanino il
portiere, che lui detestava con tutto il suo cuore!
O si scorgeva a proposito di non spontaneità: “L’invisibilità di
quelle coppie nevrotiche come quella di Ego Ruffini, il Tulouse
Loutrec napoletano, e la sua ex moglie Loredana Pennone, quando era
il tempo in cui recitavano la parte dei perfetti sposini in società,
le cui facce si perdevano nell’ascensore sotto i raggi obliosi del
fumo dei pacchetti marlboro di lei!”.
L’elenco continuerebbe con il matrimonio tra il capitalista
d’assalto Walter Strasio e Zarina e più aumenterebbero i nomi, e
innumerevoli sarebbero i matrimoni dove si dormirebbe in letti
separati: “Pensando di non turbare la pace dei figli e invece
preparando i loro arrivi nelle alcove milionarie degli psicoanalisti
di turno!”.
“Ipocrisia e monumento funebre del matrimonio borghese!”.
Questa era la corteccia matrimoniale della nostra civiltà
invisibile!
Il saluto di Margherita alla sua corte del popolino francese del
Belgodere non c’entrava proprio niente con quei matrimoni falliti,
ma dava luce e spontaneità al suo modo di fare e al suo estro
artistico davvero fuori dal comune: “Che scontrava la sua innocenza
contro le ottusità di un mondo che era ancora ridicolo e complessato
nella sua apparenza e nella sua sostanza!”.
Quando nei pomeriggi musicali entravo dentro l’augusta casa di
Andrea Poronella, quei ruoli sepolcrali già ben consolidati,
ecclesiali, della sua famiglia e di lui compreso, mi davano un pò
l’idea del mondo che abitavamo!
E il mondo entrava come un turbine dentro di noi!
E quei ruoli sembravano rituali per iniziati!
Come quelli che faceva Vincenzo quando si trovava per la strada o
quando saliva nell’ascensore del condominio del Belgodere e tra lui
e Margherita: “I condomini pensavano che fosse lui lo scultore!”.
Se Andrea Poronella era silenzioso ed emulava i genitori, vent’anni
dopo ne sarebbe stato il surrogato di quella mentalità da clausura
superborghese
All’opposto di quei rituali si collocava la filosofia di vita di
Margherita.
Soprattutto in quel suo dipingere in modo estatico o abitare in uno
stato mistico che aveva come dimensione: “La sorgente del colore!”.
Se il popolo del quartiere del Belgodere era freddo e convenzionale
dietro la sua “finta spontaneità!”, e al contempo i borghesi che vi
abitavano erano attori oramai stilizzati, le parole di Margherita
cozzavano in tutto il loro humour contro quello zoo di animali
reclusi dentro l’enormità dei manicomi condominiali!
Io, mio fratello Antonio e i miei genitori e in quest’ultima parola
includo anche “l’opera di Vincenzo il ritualista!”, ci siamo sempre
chiesti: “Perché la gente venisse a casa nostra?”.
“Voglio pensare a tutto, ai pranzi offerti, alla musica, ai letti
che ospitavano la ragazzina di turno, ma c’era qualcos’altro?”.
“Che la gente si sentisse libera a casa nostra perché usciva per
poche ore finalmente dai ruoli non congeniali che l’opprimevano?”.
Sembrerebbe poco ma se ben si guardava la storia dell’umanità,
questo interrogativo la diceva lunga!
Se nella casa del Belgodere suonava il campanello ed erano gli
inservienti del fruttivendolo Cassio, quelle persone che entravano
dentro casa nostra, parevano: “Ballerini, re magi, esploratori
dell’inconscio! Non sembravano affatto manodopera tenuta a basso
costo dall’esercente di turno!”.
E Margherita li accudiva con tutta la sua spontaneità!
Non vedevamo inservienti!
Non certo come a casa Poronella, come dai Savino, dai Latriero, o
dai Ruffini: “Dove il mondo era inscatolato nei suoi opprimenti
luoghi comuni!”.
“Noi ovunque ci dirigessimo non scorgevamo la scala sociale!”.
Non toccavamo con la nostra vanità: “Quelle righe, quei codici,
quelle didascalie comportamentali che prima uccidono le persone e
poi le fanno schiave a vita dentro il loro mondo personale!”.
L’entrata di quel sottobosco di inservienti dentro la nostra casa
del Belgodere: “Faceva insomma parte dello spettacolo!”.
E il sorriso estatico di Margherita era la cornice ideale di un
mondo in cui ogni rappresentazione, diventava: “Puro Miracolo!”.
E quelle ville del Settecento che davano sul mare e che sembravano
paradisi inviolati e inviolabili, quei cortili barocchi che avevano
preso per mano la storia e che la portavano nelle case anguste dei
contrabbandieri: “Erano tutti accessori che sposavano realtà
differenti!”.
Quel mare luminoso con le sue barche e la sua felicità straripante,
cominciava talvolta ad alimentarsi nel salone dei quadri di
Margherita, nel suo sguardo estatico e in quella luce che irradiava
gli spazi estremi della “nostra dimensione casalinga!”.
“E il quartiere del Belgodere era tutto un fermento di voci e di
suoni!”.
Le onde magnetiche e persuasive dell’orizzonte arrivavano lentamente
dentro casa nostra e allora lo spazio di quei cortili e di quelle
ville si allungava e comprendeva per un istante tutti noi!
“Come poteva essere normale l’umanità che entrava nella casa del
Belgodere?”.
“Normale no! Ma felice si!”.
Toc! Toc!
La gente entrava!
Nella sua gioielleria di Via Roma l’umanità si fermava e non
soltanto per acquistare gioielli.
Si ritornava un po’alla mitica storia dell’Averno e di Caronte, “il
traghettatore di anime!”.
Ma nella gioielleria Savino non c’era però aria di felicità, ma
un’aura di inspiegabile malinconia, come quello spirito di
allegrezza immalinconita che si riscopre ancora oggi in Brasile e
allora il negozio assomigliava sì a una festa quando entravano i
clienti, ma una festa tanto triste!
Le jeux son fait!
Don Antonio sedeva dietro la sua occulta cabina di regia e istruiva
al commercio i suoi due figli : “Nillo e Glauco!”.
L’etica del commercio inclusa la sua galanteria libertina, era una
filosofia all’antica nell’arena della Gioielleria Savino.
Storie di vendite o soltanto storie di vita per i soliti astanti.
Ma ce ne erano di belle donne e di anziane madri dentro questo
camaleontico Tempio del Commercio Napoletano, che restavano lì solo
per scambiare quattro parole con lui, sperando di cavarne i famosi
segnali della pietà filiale, tutta napoletana di Don Antonio, quelli
che servivano per tirare avanti.
La ruota del destino si alternava lentamente dentro quel negozio
all’antica del lusso sfrenato, con i suoi attori e con i suoi
detrattori e con il suo ciclo di eventi che si ripetevano con
maestria e che erano sempre uguali a se stessi: “Così furono, così
accaddero!”.
Donne con il viso dipinto come era nello spirito immacolato delle
sceneggiate napoletane che sembravano trasformarsi in statue di
gesso o in presenze di riguardo venute dall’altro mondo per
rincuorare gli uomini.
E le loro figlie sembravano le classiche ragazze che dentro una
fiaba, tra lo scherno e il diletto, aspettano solo di maritarsi
(questo mi ricorda molto i Tempi Moderni!).
Don Antonio circuiva con sensibilità marziale il suo ambiente!
Non gli sfuggiva niente: “Volti, storie, esiti di carriere
naufragate nel nulla o salti mortali di carriere di successo!”.
Conosceva gli uomini, conosceva i delinquenti!
“La sua vita era stata solo un bluff?- O cos’altro era?”. -“Pensava
fra sé!”.
Taciturno, pensieroso, ipocondriaco, ora rimaneva vittima
PREDESTINATA del gioco dei suoi fantasmi interiori.
I professionisti napoletani entravano dentro il suo negozio!
E la scena sembrava già vista e rivista, eppure era sempre così
nuova, che sembrava fosse stata scritta in quel momento.
E la cassa suonava! Sembrava la gran cassa!
E le belle donne lì radunate eran felici!
E le fughe delle belle donne erano quel ritratto napoletano che è
ancora troppo immerso nel suo passato per rivelare qualcosa del suo
presente!
Le donne napoletane conservavano il dono della bellezza spirituale,
qualità inalterata e miracolosa dati i tempi in cui l’omologazione
rendeva uguali milioni di individui.
Napoli non abbondava solo di lutto, ma il suo aspetto consisteva di
lutto e beltà!
“Prego s’accomodi!”.
Diceva Don Antonio a una vecchia signora!
E la signora voleva rincuorarsi e scambiare segnali vitali con
qualcuno della razza umana!
“Dov’era finita la televisione, lo spettacolo dei dolci panini del
Mcdonald, il consumo sfrenato senza tanti lussi della società di già
consumata?”.
Nella gioielleria Savino la realtà del tempo veniva allontanata dai
suoi abissi. E talvolta salvata per qualche istante: “Miracolo!”.
E le parole dei personaggi erano come le pagine di una commedia che
rimangono sepolte nell’oblio per millenni e che poi vengono
riscoperte e scambiate per qualcosa di miracoloso.
“E cos’era mai l’umanità al di fuori di lì?”.
“Cos’era mai stata la figura teatrale dello stesso Don Antonio?”.
La gioielleria Savino era un quadretto all’antica, quasi un
quadretto d’epoca appartenente ai bagliori di una vecchia e
suggestiva civiltà di Napoli e Don Antonio era il suo creatore che
conosceva gli umori e la pietà del suo popolo e del suo popolino!
Toto mio fratello, fine scrittore di epistolari e vero conoscitore
della razza umana e delle razze canine, era un altro dei fini attori
della casa del Bolgodere!
Era lì con me quando Walter Strasio “comandava a bacchetta!” la
moglie Zarina e quest’ultima si concedeva soltanto per “per
l’enormità dei patrimoni del marito!”. Noi li immaginavamo come
abitanti della preistoria vestiti con variopinte pelli di animali e
con clava di pietra massiccia!
E tutti noi della casa del Belgodere accerchiavano Loredana Pennone,
succubi a vita della sua sensualità straripante quando lei non
trovava di meglio che declinarci la proprie pene coniugali e il
proprio blando e languido tormento!
“E Bjorn?”. “ Dove era finito?”.
Mio fratello ebbe con questo grosso e bellissimo cane corso tutto un
rapporto simbiotico, filiale: “Dove a seconda dei casi e dei
capovolgimenti della vita, l’uno era il padre padrone dell’altro!”.
Bjorn regale e ossequioso nei confronti del padrone per la ciotola
sempre piena di carne e di altre prelibatezze, ufficializzava con le
sue azioni punitive l’impegno preso contro “Tanino il portiere!” e
decretava: “ La propria degna appartenenza ad una categoria del
valoroso esercito militare del cane corso!”.
“Bjorn era sempre in vigile stato d’allerta, ovunque si
ritrovasse!”.
“E Toto ci prendeva gusto a spaventare Tanino il portiere!”.
“Padrone e cane stabilirono fra di loro una funzionale intesa
bellica con la complicità di qualche tecnica telepatica, dato che
bastava una strizzatina d’occhi del primo per far scattare l’ira
funesta del secondo! E a fargli perdere letteralmente il
controllo!”.
Il fido macellaio Alfredo che cacciava quasi sempre negli occhi
l’effige del dollaro americano ($), quando vedeva mia madre che
faceva grandi spese di carne e di pollo: “Si metteva sempre
sull’attenti quando arrivava la coppia anti portiere Toto+Bjorn!”.
E Bjorn in quella commedia degli equivoci che sarebbe stata cara a
Carlo Goldoni: “Era il fine attore deuteragonista e stereotipo
canino dotato di gran classe!”.
A casa era pur sempre affettuoso e un po’ nervoso, mentre nel
negozio di Alfredo il macellaio subiva una metamorfosi estetica:
“Saliva sulla bilancia d’acciaio, si metteva in posa come un atleta
olimpionico degli anni’20!. E sfilava mastodontico masticando la sua
polpetta di carne che gli veniva concessa per contratto quando si
prodigava nella sua mitologica performance omicida contro il
portiere!”.
Quando usciva dall’ascensore prima ancora di toccare con la zampa il
marciapiede di cemento armato del Belgodere, Toto gli intimava quasi
sempre: “Bjorn, dov’è Tanino?”. “Che diventava subito la vittima e
l’acerrimo nemico di una vita!”.
Ma Tanino: “Questo nano periferico che pareva uscito dalla serie tv
degli anni’80 Fantasilandia, dobbiamo dire che provocasse con le sue
“abilità fisiche” e la sua “statura indisponente” di nano reietto,
il nostro cerbero napoletano!”.
Quando Bjorn era all’attacco della sua preda ci sarebbe voluto non
so quale moltitudine di valorosi soldati per fermarlo, dato che il
cane corso aveva dalla sua una forza erculea fuori dal comune!
Mio fratello Antonio però ci riusciva!
Io avevo un rapporto così complice con Bjorn che sfottendolo ed
essendo sfottuto da lui: “Finimmo per amarci e odiarci!”. “Il nostro
divenne il classico rapporto di cane e gatto!”.
Bjorn quando mi vedeva la sera cominciava a tremare per la rabbia!
“Avrebbe in cuor suo voluto sbranarmi!”.
Forse il nostro cerbero napoletano voleva scagliare contro di me un
residuo di aggressività frustrata nei confronti di Tanino il
portiere, che non essendo stata espressa totalmente in passato
voleva ora sfogare contro di me!
“E noi due eravamo in eterno conflitto!”.
Migliori erano le nostre passeggiate notturne, quando io, tal
Francesco Triberti, mio fratello Toto e l’elettricoVincenzo “il
ritualista!”, passeggiavamo con Bjorn facendo “le ore piccole!”.
L’ora della notte ci accoglieva e quelle strade solitarie e paurose
ora ci sorridevano: “Perché con il nostro cane corso non avevamo
davvero più paura di niente!”.
Potevamo incontrare il tossicodipendente o l’esaltato di turno: “Non
ci avrebbero strappato un baffo, dato che con quel cane possedevamo
l’arma mortale!”.
In tutto questo operato consisteva la forza titanica di Bjorn, il
vero molosso posto un tempo come simbolo nevralgico della difesa
delle ville romane di Pompeo e Crasso, vera effige del potere romano
risalente allo splendore della sua sfarzosa civiltà!: “L’Era di Roma
Antica e delle sue divine tradizioni belliche, in cui la sua origine
mitica si protrasse nell’allattamento di Romolo e Remo avvenuta per
opera di una lupa!”.
C’era tanto è vero una stretta affinità tra la fisionomia del cane
corso e la sagoma della lupa romana allattatrice.
“Il nostro Bjorn era davvero forte come un Dio!”.
E l’alienazione delle strade di Napoli diventava puro divertimento,
quando passeggiavamo per ore intere senza che mai ci fermassimo nel
cuore misterioso e solitario della notte!”.
Bjorn il nostro mastodontico cane corso prese proprio una fissazione
per Tanino “il portiere!”.
Proprio quando Bjorn aveva appena quattro mesi ed era almeno grosso
più del doppio di Tanino: “Bjorn era il gigante, e Tanino era lo
gnomo che usciva fuori dalla foresta condominiale di cemento armato
del Belgodere!”. Queste dimensioni ci fanno capire come fossero
impari le forze fra i due contendenti, ma la contesa appariva ancora
più paradossale quando mio fratello Antonio sognava di sguinzagliare
il fido Bjorn contro Tanino che si nascondeva impulsivamente dietro
la sua guardiola. E il primo riusciva sempre nell’intento, con il
secondo che per i dettami del piano prestabilito: “Era sempre
d’accordo per subire l’aggressione simulata!”.
La guardiola dei portieri è quell’asfissiante e funereo tabernacolo
in legno dove Tanino svolgeva le sue funzioni di portiere
ossequioso.
Essa assomigliava tanto a un confessionale cattolico dei preti, ma
quando ospitava le persone non le assolveva, anzi: “Le giudicava!”.
Bjorn quando vedeva Tanino diventava un Ercole per la rabbia,
proprio come il toro spagnolo che non vuole restare più vittima del
matador e diventa quando reagisce alle offese: “Il vero protagonista
dell’arena!”.
Una strana febbre gli colorava di furore gli occhi e irrobustiva le
sue membra di cane titanico: “Era sicuramente la forma di Tanino che
gli ispirava questa repentina metamorfosi..!”.
Certo Bjorn sarebbe andato d’accordo con il dott. Pennone, il padre
di Loredana, che sopportava malvolentieri tutta la tribù di Tanino
il portiere e tutta la sua stirpe ignominiosa, dimorante nelle
giungla di cemento armato del Condominio del Belgodere!
Toto per adempiere alle sue funzioni di prezioso addestratore
bellico dei cani, aveva fatto un grande lavoro di plagio sulla mente
del suo fido Bjorn, quasi un addestramento militare da usare contro
i condomini contemporanei.
“Biorn? Saluta a Tanino?”.-Gli diceva Antonio!
E Bjorn quando ascoltava il nome del portiere cambiava espressione
nella sua faccia contrita e adirata e capiva che: “Odiare Tanino e
la sua stirpe di reietti era il primo e più importante dei
comandamenti della religione ufficiale del cane corso!”
Tanino si rintanava nella sua guardiola e diventava per la tensione:
“Più piccolo, sempre più piccolo!”.
Con l’andare degli anni, come tutti i giochi della vita che
diventano ben presto realtà, il pretesto dell’aggressione di Bjorn a
Tanino divenne un cult condominiale nel palazzo del Belgodere e non
si sa ancora al giorno d’oggi se fosse più il suo padrone Antonio a
godere della messinscena preparata con abilità maniacale o il suo
fedele Bjorn, che ne era il degno interprete!
Certo che quando era di ritorno dalla sua uscita pomeridiana, dato
che Antonio portava ad uscire Bjorn solo dopo: “Le tre del
pomeriggio e all’una di notte!”, potete ben immaginare il potente
svuotamento della sua vescica romana: “Robusto quanto un torrente di
montagna!”. E tutto avveniva nell’esatto momento in cui il nostro
Cerbero Napoletano era desideroso di provocare il portiere
sfidandolo prima con gli occhi per poi partire immediatamente
all’attacco!”.
Antonio lo tirava al guinzaglio, frenando il corpo dell’animale
infernale che per giunta era contratto e con la bava alla bocca, ma
c’era dobbiamo arguire: “Una specie di accordo implicito fra i due
che superava l’etica del normale rapporto tra padrone e cane e che
rendeva per la complicità dei loro misfatti ancora più malizioso il
gioco!”.
Chissà se fosse stato d’accordo in cuor suo anche “Tanino il
portiere!”, di recitare sempre la “scaltra parte della vittima!”.
Allora il gioco diventava ancora più truce quando Antonio
manipolando Tanino, gli faceva stringere fra le sue mani una mazza
da scopa e gli chiedeva di agitarla dietro la vetrina della sua
guardiola come fosse un bastone militare!”.
“Che latrina che era Tanino!”.
Egli obbediva ad Antonio senza che avesse una ragione valida per
farlo e si impegnava realmente quando minacciava Bjorn brandendo la
sua nuova arma di legno!
Biorn partiva all’improvviso all’attacco! E mio fratello Antonio
ridendo sotto i baffi si sarà rinforzato i muscoli delle braccia a
furia di frenare l’impulsività del suo titanico molosso.
Egli era veramente amato nel quartiere, tanto è vero che passò alla
storia come: “Bjorn, il cane corso ammazza portieri!”.
Moglie di Don Antonio Savino era mia nonna, al secolo “Maria
Wuttemberg”, cattolica praticante, tra i primi laureati brillanti
del dopoguerra, parlava il tedesco e vantava di aver visto in terza
fila tutta la parata esoterico-militare di Mussolini e Hitler, che
sfilarono in un caravanserraglio tenutosi a Napoli in pieno Corso
Umberto nel 1939.
Timorata di Dio, Maria o Nonna Maria, lodava i soldi e i capitali,
pregio e vizio di molti.
Quando la domenica ascoltava la sacra messa sul canale nazionale era
come se per un istante si disancorasse dalla realtà. Del tipo:
“Aspetta che recito le mie preghiere, così mi sentirò più buona,
forse assolta dal peso dei miei affanni e dopo digrignerò i denti
come sempre!”.
Si ritornava al costume dei piccolo borghesi, di quei credenti che
dietro l’altarino delle preghiere nascondono l’infatuazione per il
Vitello Doro: “Comprato anch’esso sul bancone d’epoca della
Gioielleria Savino!”.
Me lo immagino il prodigo Mosè rincorrere i suoi seguaci per
redimerli.
SVOLGIMENTO DEL RICHIAMO DI MOSE’AI SUOI SEGUACI DENTRO IL TEMPIO
DELLA GIOIELLERIA DI DON ANTONIO.
“Cosa fate avrebbe detto Mose?”
“Abbandonate il vostro Dio per questi Miti Pagani?”.
Mosè in preda alla sua furia avrebbe rotto le Tavole della Legge.
Don Antonio accortosi della scena e uscito dalla lettura del suo
quotidiano preferito “la Repubblica!”, avrebbe cercato di ricucire
la ferita fra il profeta e il suo popolo.
Sicuramente Don Antonio avrebbe salvato anche il Vitello Doro se
fosse stato necessario.
Mosè si sarebbe calmato.
Il suo popolo ora avrebbe ascoltato Don Antonio!
Maria Wuttemberg avrebbe deriso la gente di Mosè o il popolo
napoletano: “Fa lo stesso!”.
Si ritornava alla arguzia di Don Antonio e al suo gergo tipo Padrino
Parte Prima.
Don Antonio con una sua piroetta verbale avrebbe fatto capire a Mosè
che aveva sbagliato.
E forse egli avrebbe anche, sua moglie, glielo avrebbe permesso.
Avete mai visto un caudillo sudamericano che sfila impettito nella
sua parata?
Costui non era niente in confronto a mia nonna, quando si recava al
mercatino rionale per fare la spesa!
Con pochi soldi risparmiati durante l’arco di un’intera vita,
comprava beni, alimenti e accessori di poco lusso.
E i suoi acquisti con i fruttivendoli e gli erbivendoli rionali,
erano transazioni d’affari irte di pericoli e paragonabili a dispute
internazionali avvenute sulla scia del giro d’affari di Wall Street.
Lei attaccava i commercianti con la solita operetta: “E’ un
oltraggio! Da voi la roba costa troppo cara!”.
E loro avrebbero abbassato i prezzi, per alzarli sul cliente
successivo.
A Maria Wuttemberg non sfuggiva niente e il suo operato era pari a
un funzionario di governo, a un gerarca fascista, a un presidente
sudamericano che non la facevano fare franca a nessuno, neanche agli
adepti del loro stesso partito.
Le sue vesti di ordinanza vecchie di 40 anni e le sue scarpe con la
punta all’insù ancora più antiche di quelle che portava Mary
Poppins, ne facevano il ritratto diabolico di una vecchietta
pasionaria timorata di Dio, o di un ufficiale nazista al pieno dei
suoi poteri di controllo nella Germania hitleriana.
Se a tutto il corredo si aggiungesse la religione cattolica, le
ossessioni compulsive, un certo spirito familista nostalgico
dell’Italia del dopoguerra alla Aldo Fabrizi, avevamo un misto di
pietà e di affetto, di risentimento verso il genere umano e di
realismo sociale.
Mai una cattiva parola nel suo gergo, ma lo spirito vigile sempre
attento su tutto.
Era questo il ritratto napoletano di una donna astuta, camuffata con
attenzione sotto i panni di una “vecchina qualunque!”, come quelle
che ti ritrovi in chiesa, al supermercato o per strada e che per il
loro aspetto ti fanno pena.
“Capite?”.
Ma se di vecchiette si parli, squillino anche le trombe: “Maria
Wuttemberg assomigliava di più a quelle signore che chiedono
l’elemosina per strada e che dopo una vita di stenti, il mondo
scopre che erano miliardarie e che nascondevano una fortuna sotto il
lercio materasso!”.
Gli spettri erano sempre con noi nel circo equestre della casa del
Belgodere!
E c’erano sempre stati spettri ovunque ci girassimo!
La stessa Zarina in fondo: “Altri non era che un fantasma!”.
E quando usciva da casa nostra avendo confidato a Margherita la sua
grande voglia di trasgredire, “di uscire dal matrimonio?”, di
trovarsi un amante per sfogare i flussi energetici della sua libido,
ritornava poi a casa sua ancora più sottomessa.
E allora Walter Strasio ricominciava quella storia assassina e
matrimoniale già dimezzata nei suoi inizi che diventava: “Il vero
Matrimonio Borghese da Cartolina!”-felice nell’aspetto e
inconsistente “nel dietro le quinte!”.
“Zarina faceva la ribelle e soccombeva dinanzi al Vitello d’Oro!”.
Quando non c’era, il suo fantasma girava per casa.
“Si dice che quando le persone siano assenti essi risultino ancora
più presenti!”.
Le cameriere di Margherita erano altri spettri!
Ce n’era una davvero piccola di statura, coi capelli rossicci, con
il volto dolente, che la seguiva ovunque ella andasse!
La signora Lagna, questo era il suo nome quando stirava i panni con
il nostro provvido ferro da stiro : “Sembrava la passione di Cristo
in persona!”.
Quegli occhi spenti sopra la faccia e la carnagione diafane, la
rendevano “degna abitante della Casa del Belgodere!”.
Talvolta faceva impressione solo a guardarla!
E la casa del Belgodere oltre a essere un ricettacolo di pazzi,
diventava anche una palestra metafisica in cui si radunavano tutte
le schiere dei fantasmi. Proprio lì a ripensarci, “a casa nostra!”,
regno confinante con gli orizzonti marini del golfo di Napoli, con
le ville settecentesche e con i vicoli dove: “Era la storia a
parlare!”.
E anche Margherita, mentre il buon Vincenzo rincorreva eccitato
nelle sue scorribande notturne il suo folto esercito di cameriere
africane e di extracomunitarie: “Diventava il vero paladino degli
spettri e delle cameriere!”.
La sua era da considerarsi: “La missione salvifica per eccellenza!”.
Il grado di bontà di mia madre era una sorta di “magnetismo
estatico!”, di “altruismo spinto all’eccesso!”, che se paragonato
allo schiavismo delle mie zie o di qualsiasi altra persona normale
nei confronti della propria servitù, la rendevano: “Un’aliena
apparsa fra gli standard di vita borghesi!”.
“E soprattutto un’aliena fra alieni!”.
Se la signora Lagna girava per casa e ci incuteva timore con la sua
faccia desolata e triste, anni prima ospitammo nella nostra giungla
domestica del Belgodere un’altra cameriera di nome Tiziana!
E se Zarina e Walter Strasio, tra un fine colpo di clava e l’altro,
si facevano servire da cameriere e inservienti che li riportavano in
quanto a reverenza al “vassallaggio feudale!”, gli obblighi di
Margherita nei confronti della cameriera Tiziana: “Sfioravano per la
sua bontà l’assurdo o la passione!”.
“Margherita non era mai stata il padrone di nessuno!”.
“Dare o ricevere ordini era agire contro la sua stessa natura!”.
Il suo rompere gli schemi non so quanto la rendesse amica o
confidente delle sue inservienti, dato che in questa vita: “Chi
viene beneficato si ritiene il furbo e il beneficatore dopo un tempo
iniziale diventa vittima di se stesso, vittima delle sue buone
azioni che in preda a un contorto meccanismo del destino gli si
ritorcono contro!”.
Insomma la bontà, la disponibilità, l’altruismo, si sarebbero
trasformati in: “Virus letali degli ingranaggi della Società dei
Consumi!”.
E anche se la bontà di Margherita aveva anticipato in una qual
misura i miracoli commerciali di telethon, gli oracoli dell’audience
delle fiction televisive e dei reality show confessionali: “Non so a
distanza di anni quanto sia stato capito di lei!”.
Insomma: “Permettetemi una nota di biasimo anche nei confronti di
quei fantasmi che spesso recitavano la parte delle vittime per pura
convenienza …!”.
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