Le opinioni degli scrittori italiani

parliamo di: Gomorra di Roberto Saviano

Abbiamo chiesto ai nostri amici scrittori se avessero letto Gomorra di Roberto Saviano, se avessero visto il film, cosa pensassero di questo fenomeno, editoriale prima e mediatico poi.

Ecco le loro risposte:


Ho letto il libro, lo considero il prodotto di un ottimo giornalismo d'inchiesta che sta prendendo ora l'avvio anche nel nostro Paese. L'autore è stato coraggioso, anche se molti pezzi riportati nel libro sono frutto del lavoro di altri giornalisti, il quadro che emerge è quello di un paese, Secondigliano, completamente assuefatto alla Camorra.
Non credo che andrò a vedere il film, solitamente film tratti da libri di questo genere risultano una brutta copia del romanzo.

Manuela Valletti Ghezzi


Due commenti, uno per Saviano ed uno per il suo libro.

In riferimento all'autore:

Impiegai diverse settimane per prendere un appuntamento telefonico con una signora della Mondadori addetta alle proposte editoriali e lei, molto gentilmente, mi informava che non prendevano assolutamente in considerazioni autori alla prima opera. Sarei quindi curioso di sapere come ha fatto Saviano ha farsi pubblicare da loro, questo argomento lo troverei senza dubbio più intrigante, e certamente più misterioso, del libro che ha scritto.

In riferimento a gomorra:

Se fossi nato altrove e non capissi la lingua italiana lo avrei letto con più interesse, l'ho trovato un riassunto di cronaca giornalistica raccolta a destra e manca, ben articolato, dove pagina dopo pagina scoprivo cose che sapevo o immaginavo. Facile dunque per chiunque dire: allora era proprio come pensavo io! Formula che funziona a meraviglia.
Personalmente mi sarebbe interessato conoscere i nomi delle persone che sanno e tollerano i fatti da lui citati, piuttosto quelli dei diretti interessati. Perchè non si approfondisce mai in questo senso? Forse Saviano lo farà nel prossimo libro... ma poi penso: chi lo proteggerà se si mette contro lo Stato? La camorra è una piaga che insiste le Istituzioni non svolgono la loro funzione come dovrebbero. Cosa è più grave: chi compie sistematicamente reati o chi sistematicamente tollera che questi avvengono.
Giudizio finale dell'abbinata autore-libro: giornalisticamente poco interessante, molto commerciale, scontato, in altre parole Saviano è riuscito a sistemarsi. Beato lui.

Massimiliano Passamonti


Gomorra, il libro di Saviano, si presenta come un'importante denuncia sociale, di un costume che si indossa, non solo nel Sud, ma trova le sue stoffe da cucire sul territorio mondiale. Credo che l'autore abbia voluto mettere in evidenza la sua perspicacia nel raccontare, in modo del tutto spontaneo, un evento assolutamente accademico. Il riferimento biblico, della città arsa da Dio insieme a Sodoma, è la parte più azzeccata dell'intero libro. In effetti la società, il senso di civiltà brucia da dentro, lasciando ai passanti l'oscuro mistero del reale accaduto.

Stefano Parenti


Iniziamo lanciando Gomorra, il libro e ora il film. Lo avete letto? Lo avete visto? Lo leggerete ora? Lo andrete a vedere? Che pensate del libro, dell'autore, del tema....?

Rispondo in ordine: no; no; forse; no; nulla, nulla, nulla ... ;

Un cordiale saluto.

Ivan Lorenzin


Non l' ho letto, non ho visto il film, non lo leggerò e non lo andrò a vedere.
Per quanto ho potuto sentire e vedere si tratta di un libro di denuncia, dove viene messa in luce una realtà presente da sempre nella nostra nazione e che ultimamente si è radicata ed evoluta, ampliando i suoi collegamenti ben oltre la semplice delinquenza, divenendo essa stessa una società con modalità industriali moderne: cosa che non è stata evidenziata nel film ne sul libro, per quanto ho modo di sapere.
Penso si tratti di un libro coraggioso, che denuncia e mette in vetrina verità conosciute da molti, ma mai esposte mediaticamente, in quanto questo comporta grandi rischi per gli autori: lo dimostra la situazione che attualmente vive lo scrittore.
La mia scelta di non leggerlo ne vedere il film è motivata dal fatto che anche se non direttamente, ho recepito comunque molto di ciò che tratta, dalla pubblicità e dalle numerose recensioni e non mi sento di vedere cose che comunque conosco e che rispecchiano una realtà dura da accettare, tanto più nell' incapacità di uno stato di dare risposte concrete e definitive ad una situazione intollerabile, che si ramifica in molti ambiti sociali, non di meno la spazzatura di Napoli, e da talmente tanto tempo che sembra essere tollerata dallo stesso Stato; Il quale, o è incapace e lo è stato fin'ora di sradicare e evitare la promozione e sviluppo di questo sistema, oppure: mi viene da pensare, che forse anch' esso ne sia in qualche modo parte...


Il libro non l'avevo letto ma sicuramente merita l'impegno di farlo perché immagino che tutto in due ore di film non si possa racchiudere.. certe sfumature e magari certe cose che con la "lentezza" dello scritto resterebbero più impresse..

Ho visto il film. Avevo un'idea di quel che avrei visto e l'ho confermato come sostanza di base. Ovvero, una specie di documentario-romanzo dato in pasto attraverso riflessini pratiche e cioè attraverso storie di vita di piccole realtà che toccano una realtà ben più vasta.

Mi è piaciuto sia in quanto tecnica di racconto sia in quanto effetto spettatore.

Con 'tecnica di racconto' intendo dire che ho apprezzato il fatto che un film possa essere una finestra-riflessione su varie storie intrecciate e non una storia di plastica con inizio e fine; lascia cioè allo spettatore le sue conclusioni. Di questo, penso sia merito in gran parte la natura del romanzo stesso.

Con 'effetto su spettatore' intendo dire che, personalmente, mi ha agghiacciato fare certi percorsi attraverso il film. Ovvero: sappiamo tutti bene o male che cos'è la camorra e quale situazione possano vivere in particolare coloro che vivono certi territori. Ma mettersi con pazienza a seguire certi passaggi narrati con esempi di storie pratiche, che servono a chi ascolta o legge a immedesimarsi nella vita di tutti i giorni, è devastante. Ti porta forse a sentire un attimo di più che non sono cose lontane da noi, che non sono cose così immediate da cancellare e che forse molti ringraziano di subirne le conseguenze minori (e forse per questo si fasciano più facilmente gli occhi).

Un altro aspetto di questo film è la sensazione di impotenza che ti resta; senti che molte di quelle persone raccontate che vanno dalla casalinga madre al piccolo negoziante, dal ragazzo ancora senza mete all'artista, dal pensionato che arranca al business-man, non hanno libertà seppure volontà . Ed ho riconsiderato il senso della parola libertà in due frangenti.

Il primo è il senso di libertà relativo a questi personaggi ovvero alle persone che sono più vicine e inquinate dalla camorra senza scelta. Bene o male, per errori iniziali o per quasi "eredità" di famiglia si ritrovano coinvolti quasi naturalmente in un sistema di clan e di giri forzati di denaro e di lavori. O così o peggior destini.. Come quelli capitati alla madre che cerca di far prendere al figlio strade diverse e lontane dai brutti traffici, a colui che lavora per anni come "messaggero" e infine per avere la libertà di una vita ne vede far fuori molte altre, ai ragazzi di giovani speranze che sognano di gestirsi selvaggiamente lontano dalla matassa intricata dell'organizzazione … A coloro che diffidano e mutano rapporti personali perchè in gioco c'è la vita.

E questo nel 2008 mondo in teoria di libertà, lavoro e parità di diritti, mi fa pensare che non serve andare tanto lontano per trovare l'esatto contrario, piaghe sofferenti nella società. Basta guardare cioè nel proprio Paese.

E subito scatta l'altro collegamento mentale.. L'altra interpretazione della parola libertà su cui ho riflettuto, sottilmente accennata dal film. Gomorra sa abilmente e sottilmente suggerire quanto questo problema "organizzato" non sia così locale e a sè stante anche se meno immediato da notarsi altrove. Gomorra è una serpe che aleggia insinuandosi in canali e settori ampi, che vanno oltre il confine di quelle terre arrivando nel quotidiano di ingranaggi economici e commerciali…ricevendo così alimentazione continua. Questo mi fa domandare: siamo davvero liberi noi tutti da essa o intrinsecamente ne siamo avvolti dai suoi fili invisibili? E siamo liberi mentalmente quando pensiamo non ci riguardi e puntiamo le colpe a senso unico verso un territorio e la provenienza di alcune persone?

Ecco allora che nonostante io non ami i film con inizio e lieto fine, mi piace che in finale ci sia comunque la speranza. Uno dei personaggi delle varie storie, logorato da ciò che osserva in silenzio, dirà Basta! e sceglierà altre vie. Ma la differenza di questo diverso finale non ha fine... è paragonata secondo me prorpio alla realtà: egli sceglierà e non sa come andrà; nessuno te lo può garantire, ma hai scelto!
Il coraggio di provarci rimane un messaggio positivo e chiude il film con uno stimolo finale che a mio avviso sottotitolerei così: "E' difficile cambiare, ma non bisogna morire dentro prima di provarci."

Marisole.


Il libro di Saviano è una splendida opera dal punto di vista giornalistico, non catalogabile però come romanzo, in quanto troppo didascalico e schematico, e con un intreccio debole che è il risultato di un susseguirsi di eventi di cronaca da prima pagina, esposti attraverso un io narrante che rappresenta forse l'occhio vigile ma socchiuso dei passanti silenziosi.

Monica Iacobbe


Vedi Napoli e poi muori. Oggi si direbbe leggi Gomorra e poi muori. Per certi versi è il libro che tutti vorremmo aver scritto. Per altri è esattamente quello che non avremmo mai avuto il coraggio di pubblicare. Roba scottante davvero.
Temo che Saviano dovrà rassegnarsi a una vita blindata. Ma ho il forte sospetto che abbia la tempra giusta per sopportare questo ed altro, dato ciò che ha raccontato, vissuto e dunque visto, sopportato.
Viene da domandarsi se davvero questo povero paese è ridotto così male o se c'è pure un po' d'abilità inventiva e a volte il dubbio viene. Il dramma è che scorrendo le pagine prendi coscienza che Gomorra non è un romanzo, ma una sorta di documentario in forma di parole. E allora ci rimani male, la testa gira, lo stomaco brucia.
Di sicuro è un libro che tutti, ma proprio tutti, dovrebbero leggere, a cominciare da politici e amministratori. Di sicuro tutti, ma proprio tutti, dovrebbero anche vedere il film di Matteo Garrone. Per riflettere, valutare, comprendere, possedere la realtà. E soprattutto provare vergogna. Perché io, lo confesso, leggendo questo libro mi sono vergognato. D'essere italiano. Perché quando lo finisci, la domanda che tutti ci siamo fatti è questa: "Ma lo Stato, dov'è?". La risposta non la trovi, è questo il brutto.

Fernando Bassoli


Il sottotitolo di Gomorra recita: “Viaggio nell’impero economico e nel sogno di dominio della camorra”. Sbagliato. Il libro non è un viaggio, ma uno stare, un esserci per comprendere (“non sono certo sia fondamentale osservare ed esserci per conoscere le cose, ma è fondamentale esserci perché le cose ti conoscano”, p. 83) finchè non si arriva all’ “Io so” ed alla consapevolezza di possedere il vero potere, quello, del tutto gorgiano, della parola (“Io so. E la verità della parola non fa prigionieri, perchè tutto divora e di tutto fa prova”, p. 234).

Non vi è alcun sogno in ciò, ma una realtà raccontata senza drammatizzazioni, perché basta da sola sulla scena del dramma che ogni giorno si recita per le strade di una sorta di bolla. Si intrecciano e si fondono nella narrazione due piani, non sempre distinti: quello dell’esplorazione asettica, cronachistica della camorra, e quello delle storie, del microcosmo di formiche, come avrebbe detto Verga, che corrono e si affannano all’interno della bolla, in attesa che qualcuno ponga fine -volontariamente o involontariamente non conta- al loro trascinarsi. Ed è in questo microcosmo che l’autore ha infuso una serie di allusioni che fanno di queste vicende e di questi luoghi, le vicende ed i luoghi della memoria letteraria del dolore. Alcuni esempi: la spietata conclusione della storia di Pasquale, la presa di coscienza che nulla può mutare una condizione (p.45) ricorda l’affannarsi inutile di Mastro Don Gesualdo e dei poveri siciliani simili ad ostriche “inchiodate allo scoglio, ciascuna con le stimmate del suo peccato” (Russo). Qui il peccato è la miseria e alle stimmate provvede il dio camorra : e una volta che te le ha date, non ti fa sconti, sono un segno distintivo e non ci puoi fare niente, se non “sparire lentamente” (così Euripide per le miserabili Danaidi). Inoltre, ciò che sono, appunto, le stimmate per un santo, in questa realtà sono i soprannomi per i boss: “la dimostrazione dell’appartenenza a un sistema” (pp. 65ss.). Verrebbe da dire nomen - omen (es: Francesco Schiavone/Sandokan). Ma si deve tornare ben più indietro nel tempo letterario, e ricordare che già in Aristofane i nomi sono segni di appartenenza o di rifiuto di un sistema: Filocleone- Bdelicleone (pro e contro il “sistema” di Cleone), lo stesso Diceopoli, che già nel nome si pone “contro” il sistema incrociato della guerra e della polis . Ed ancora: la storia del figlio del boss preso da delirio di onnipotenza che lo porta alla morte, richiama alla memoria la legge della tragedia greca, per cui i figli pagano le colpe dei padri, quando (e poichè) diviene inevitabile che la hybris (cioè il delirio di onnipotenza) li travolga. Per tutto il libro corre la morte, come se una terribile peste disseminasse le strade di cadaveri: e l’immagine del “furgoncino acchiappamorti” che gira continuamente come può non rievocare quella del manzoniano carretto dei monatti su cui giacevano ammucchiati i cadaveri? Inoltre, di fronte ad affermazioni quali “Ma i clan devono colpire e gli individui attraverso le loro conoscenze, parentele, perfino gli affetti, divengono mappe. Mappe su cui iscrivere un messaggio. Il peggiore dei messaggi. Bisogna punire” (p.97), oppure “In guerra non è possibile più avere rapporti d’amore, legami, relazioni, tutto può divenire elemento di debolezza” (p.99) non si può non ripensare all’analogo sistema usato dalla giunta militare dei colonnelli in Grecia, denunciato dalle poesie di Jenny Mastoraki (“tremino coloro che si amarono...”) e agli “indifesi amori” di Kiki Dimullà. Ed il riconoscimento dei corpi crivellati cui vanno incontro, nel loro immane dolore mogli e madri, (p 132) non è forse lo stesso della poetessa greca: “Il riconoscimento, ancora, perché verrà...”? Ma non basta. La anonima signora che, dopo una mattanza di camorra, compare quasi dal nulla per pulire il sangue versato, non fa ricordare i versi di Ghiannis Kondos “più in là, impassibile, un angelo, con un lenzuolo bianco/ ripulisce le strade dal sangue”?

La camorra evoca l’inferno dantesco già in uno dei suoi feudi, marchiato dalla scritta “Rione Terzo mondo. Non entrate” (p.107 ) analogo al “Lasciate ogni speranza voi ch’entrate”, ispira filosofie da Arancia meccanica: “E’ così che si fa il bene, solo quando puoi fare il male...Il bene vero è quando scegli di farlo perché puoi fare il male” (p.189), suggerisce comportamenti spietati quali quelli del Borgia in Machiavelli (p.212). Saviano è un maestro in quest’arte allusiva: il boss Walter che, una volta arrestato ordina di smontare pezzo per pezzo gli ornamenti e gli arredi della sua preziosa villa (“se non poteva più essere a sua disposizione non doveva più esistere. O sua o di nessuno”, p. 271), non è altro che la versione camorristica di Mazzarò, mentre addirittura all’epica omerica riporta la descrizione dei cadaveri dei due ragazzi, Romeo e Giuseppe, uccisi e lasciati insepolti: “lasciarono che le mani dei cadaveri dei ragazzini fossero beccate dai gabbiani e i nasi mangiucchiati dai randagi”: restare preda di “cani ed uccelli rapaci” era il terrore di chi moriva sotto le mura di Ilio. Si potrebbe continuare, ma vale solo la pena di notare come questa trama di citazioni indirette si coniughi con l’ordito di tutta una serie di citazioni dirette, di libri e di films ( cf. pp. 113, 182, 232, 273, 275). E tutto questo, unito alla crudezza ed alla precisione dell’analisi, produce sul lettore un effetto quasi straniante. Sembra quasi che la bolla che include Secondigliano, Scampia, Casal di Principe e tutti i luoghi dove il cancro camorra si metastatizza, si dilati nel tempo; il libro diventa così una sorta di cantico universale del dolore.

Asteria Casadio


Il libro dello scrittore Saviano rappresenta un’indagine conoscitiva che parte dai “Localismi Napoletani” e arriva fino al “Sistema Italia”.
Si continua a trattare la Fenomenologia della politica campana come un fattore isolato, ma non si può prescindere dalla valutazione del sistema di cui questa realtà fa parte senza contarne le interdipendenze.
Come ogni indagine storico-scentifica l’opera di Saviano si premura di descrivere attraverso i fatti, quanto simili e interdipendenti siano i mali che contaminano gli ambienti campani con i microcosmi delle realtà del Nord Italia di cui ancora poco conosciamo fino ai macrocosmi europei, la cui chiave di lettura rivela il collegamento tra “questioni meridionali” e “questioni internazionali”.

Francesco Liberti


Non ho letto Gomorra e non credo che lo leggerò, né che andrò a vedere il film. Si parla di Saviano come della prima e unica voce tanto coraggiosa da decidere di denunciare pubblicamente la realà terribile della Camorra. Il leggendario scrittore costretto a vivere sotto scorta, nel terrore. Credo che il fenomeno Saviano vada ridimensionato non poco. Prima della sua opera rientrata addirittura tra i cento libri migliori del 2007 secondo il New York Times, sono stati centinaia i coraggiosi articoli dei cronisti di nera e di giudiziaria del nostro territorio. Saviano per avere le informazioni utili ha dovuto attingere ai giornali locali. Sono fatti di cui i giornalisti della nostra terra scrivono da anni. Beh, forse  quello il reale coraggio. Farsi vedere nei processi e scrivere di Zagaria, abitando a pochi passi, senza per questo diventare multimilionari. E poi mi pare che all'uscita Gomorra non avesse avuto questo grande riscontro di vendite prima che la Mondadori comunicasse tramite tutte le agenzie di stampa che Saviano aveva subito esplicite minacce, chissà fino a che punto reali.

Matteo Grimaldi