recensione – “L’Ultimo Bardo d’Irlanda” di Giuseppe Marino
Ambientato negli anni tra il 1735 e il 1738, in un’Irlanda insanguinata dalla pesante dominazione inglese e quindi dalla guerra di religione tra anglicani e cattolici, il racconto narra gli ultimi anni di vita di Turlough O’Carolan, mitico “bardo”, musicista itinerante, eccellente suonatore irlandese d’arpa celtica. Insieme al fidato Phelan, O’Carolan percorre la propria terra diretto a nord, la parte più settentrionale dell’isola, dove intende far vibrare le corde della sua arpa, a Malin Head nella Contea del Donegal, di fronte all’Oceano Atlantico.
Tra paesaggi suggestivi ed evocazioni di antiche storie e leggende, la narrazione coinvolge il lettore il quale dovrà confrontarsi con la sete di conoscenza, l’ansia continua di perfezione dell’artista, l’irrefrenabile desiderio di realizzare il suo sogno. Ed è probabile che lo stesso lettore si immedesimi nel protagonista. Si parla, infatti, di felicità e di sofferenza, elementi fondamentali nella vita di ognuno di noi: in fin dei conti cercare la felicità è come compiere un viaggio che può avere momenti intensi ed anche dolorosi. La felicità non è altro che l’inseguimento di un sogno, momento particolare, brevissimo, che quando si realizza ci rimette in moto per continuare nuovamente a cercarla. Un racconto avvincente ed emozionante.
Il testo presente in quarta di copertina
L’ultimo Bardo errante d’Irlanda è la vita di un uomo che divenne leggenda. Sempre alla ricerca di nuove alchimie per alimentare lo spirito, la sete di perfettibilità, la fame di eternità. Un viaggio votato alla all’inseguimento della felicità e dei sogni.
Autore: Giuseppe Marino
Titolo: L’Ultimo Bardo d’Irlanda
Editore: &MyBook
Anno di pubblicazione: 2009
Luogo di pubblicazione: Vasto (CH)
Numero pagine: 56
Questo articolo è stato scritto da Redazione il 14 settembre 2009
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Testo linguisticamente semplice e lineare, che predilige una struttura paratattica delle proposizioni, quindi di gustosa leggibilità, “L’ultimo bardo d’Irlanda” è la narrazione di un personaggio divenuto leggenda, vissuto nell’Irlanda del XVIII secolo: Turlough O’Carolan.
Il racconto è inserito in un preciso quadro storico che fa costante riferimento all’annosa contrapposizione culturale e, soprattutto, religiosa tra irlandesi e inglesi, tra cattolici e anglicani, e alla guerra che ne derivò: l’autore descrive nel capitolo VIII l’attacco degli inglesi, rappresentandone l’orrore e lo sfacelo attraverso una sapiente “Guernica” di parole che dipingono e rendono vivida ogni immagine di morte e devastazione.
Il protagonista è un musicista, cieco sin dall’età di 18 anni, ma dotato di una rara sensibilità che riesce a esprimere attraverso la sua arte: la musica.
Per mezzo della sua arpa, “l’ultimo bardo” riesce ad affascinare (nella piena accezione del termine da cui il verbo deriva: “fascinazione”) chiunque gli presti ascolto, proprio come faceva il mitico Orfeo con la sua preziosa cetra. E qui si intravede l’omaggio che l’autore fa alla forza prorompente del linguaggio musicale, che si fa linguaggio universale dell’esperienza dello spirito umano.
La biografia di Turlough O’ Carolan viene inserita all’interno di un’invenzione letteraria, che sfrutta maturamente il topos del viaggio: viaggio come pellegrinaggio all’interno di una regione, viaggio come metafora di introspezione, come recherche, come aspirazione al compimento della felicità esistenziale.
Si tratta, pertanto di un racconto verisimile, che –per dirla alla maniera del grande Manzoni- ha il vero per oggetto (la biografia del musicista), l’utile per scopo (il messaggio finale, l’insegnamento al lettore), l’interessante per mezzo (l’invenzione letteraria).
Non pochi sono i rimandi alla tradizione letteraria:
• Il bardo è cieco, proprio come il mitico Omero: ma proprio tale stato di privazione, di menomazione fisica rende possibile il miracolo di “vedere” nel buio, di cercare la luce e di intravederla attraverso la sensibilità artistica.
• Il bardo compie, attraverso il suo canto, un’azione “fascinatrice”, seducente, come il divino Orfeo della mitica regione arcadica.
• L’amicizia, il profondo e indissolubile legame tra O’Carolan e il suo fedele amico Phelàn rimandano al rapporto tra Don Chisciotte e Sancho Panza nel romanzo di Cervantes; ma si possono ritrovare anche Virgilio e Dante della Divina Commedia, ossia il rapporto tra il maestro, la guida e l’allievo che deve pervenire alla conoscenza.
Si può, così, intravedere il saggio proposito rinascimentale dell”imitatio in inventione”, che carica il testo di forti insegnamenti provenienti dai grandi personaggi e dalle grandi opere del passato e, contestualmente, di originalità inventiva propria dell’autore.
Infine, si consiglia la lettura dell’opera anche ai più giovani, perché il libro è portatore di grandi valori:
• La contrapposizione tra le devastazioni causate dalla guerra e il bisogno di realizzare i sogni nonostante le avversità;
• La profondità dei legami affettivi, e in particolare dell’amicizia;
• L’aspirazione al raggiungimento di un sogno attraverso l’arte;
• La spasmodica ricerca di perfettibilità, che spinge l’uomo a valicare i confini dei propri limiti, al fine di esprimere se stesso nel migliore dei modi possibili.
Sta proprio in quest’ultimo punto la forza di questo racconto: ricordare ai nostri giovani -intorpiditi da un consumismo che tutto annienta, soprattutto i sogni e la fantasia- che l’essenza della vita sta proprio nella forza della ricerca, nella spinta a cercare un volo, nello sforzo di vedere realizzato un progetto di vita. E tante volte sono proprio le difficoltà, gli sforzi, le attese a rendere più bella la vita e più desiderabile il raggiungimento di un traguardo.
“ Dopo pochi giorni, agonizzante sul letto di morte, Carolan chiese la sua arpa. […] La musica che usciva fuori dalle corde dell’arpa riempirono la casa e il cuore di chi ascoltava, per sempre. […] Addio al suo inseparabile ed amato amico Phelan che lo aveva accompagnato nel pellegrinaggio della sua vita, sempre alla ricerca della felicità e della serenità interiore e di quella maledetta corda che non vibrava mai come avrebbe voluto. Ma quella corda adesso suonava e vibrava come il suo cuore aveva sempre desiderato. E pianse commosso”.
Non conosco il libro per non averlo letto. Mi ripropongo di farlo. Forse,la presentazione sarebbe dovuta essere meglio pubblicizzata, ma c’è sempre tempo per conoscere un autore. Dai commenti che leggo mi sembra che sia un buon lavoro! Intanto, complimenti per aver avuto il coraggio di publicare un libro con i tempi che corrono………Auguri
Anonio Lupo