recensione: “Lettera G” di Alessandro Magnifici
Ci fanno scrivere Guerra con la G maiuscola, o come dice il mio compagno di banco Amerigo, con la G “grande”. Faccio fatica a non sporcare il foglio d’inchiostro, e ogni volta che devo scrivere questa maledetta G faccio un giro completo con il braccio, rischiando di sporcarmi tutta la mano ed di imbrattare il foglio. Ma di questi tempi, questa maledetta G la stiamo usando spesso.
Sono seduto su questi banchetti di legno, ma appena dopo due minuti comincio a muovermi dal dolore. Sono proprio scomodi, ma non posso dirlo a nessuno, soprattutto al maestro di italiano poi, Lorenzi, che ogni volta ci ripete di non lamentarci, perché siamo fortunati, perché ci sono persone che non hanno neanche questo, che ora sono al fronte, nel fango e al freddo, dentro delle cose strane che chiamano trincee. Ma perché non se ne tornano a casa, allora mi chiedo ogni volta. Lì dentro, all’interno delle trincee c’è anche mio padre. Perché non torna da me?
Il maestro, ogni volta che glielo chiedo mi risponde che ho solo 12 anni e che non posso capire. Lui ne ha 47, ma giuro che capisce molto meno di me!
Il maestro Lorenzi è un tipo alto, biondo, bianco come la nebbia. E’ molto severo. Dice che le bacchettate che prendiamo giornalmente sulle dita in futuro ci serviranno. Chissà a che cosa!
Da poco abbiamo dovuto cambiare i numeri dell’anno in corso che mettiamo ogni volta in alto a destra del foglio, perché è finito l’anno vecchio. Una maledizione per me che odio i numeri dispari. Da poco è iniziato il 1917. 1917, tutti numeri dispari. Come li odio!
Mia madre mi manda a scuola con la divisa sempre pulita.
Ho 12 anni. Mi chiamo Lorenzo Marea e accanto a me c’è il mio migliore amico, Amerigo. Lo conosco da due anni. Una vita! Ha gli occhiali, i capelli ricci, a tutta la classe è antipatico. Meno che a me.
E’ cugino di un certo Italo, credo che di cognome faccia qualcosa come … Balbo. Ora suo cugino è partito per la guerra anche lui, anche se non è ancora maggiorenne. Io l’ho visto solo un paio di volte. Mia mamma mi dice sempre che quell’Italo è un ragazzo pericoloso, ma a me sta simpatico. Racconta le barzellette in maniera meravigliosa, in perfetto dialetto ferrarese, e ogni volta che l’ascolto mi piego in due dalle risate. Mi tengo sulle ginocchia e rido di gusto, mettendo bene in mostra il mio sorriso un po’ sdentato e la piccola cicatrice che ho sulla fronte che cerco di nascondere con i capelli neri che mi scendono sul viso.
Mia madre mi ripete in continuazione che tutto sdentato sembro proprio un vecchietto. Lo dice sorridendo.
Vivo in un paesino vicino la prima linea. Proprio ieri ci hanno detto che si siccome le cose stanno andando male, forse dovremmo spostare la nostra casa un po’ più giù. Ma come faremo a spostare la nostra casa senza mio padre? Mia mamma dice che ho solo 12 anni e che non posso capire. E sono due!
Passo le mie giornate a fare i compiti, la sera vado a letto sempre molto presto. La mattina mi sveglio alle 5 e vado a piedi a scuola.
Ho mille amici immaginari che la notte si mettono intorno a me e mi fanno compagnia. Loro non conoscono il tempo e la mia età. Mi parlano in continuazione e mi ascoltano in silenzio. Ma appena accendo la piccola candela che ho in camera se ne vanno. Mi hanno detto che loro vivono nel buio. Io vorrei vederli però. Almeno una volta, nella mia vita.
Era questa la mia vita, poi tutto cambiò all’improvviso. Un mese fa.
Un giorno ci annunciarono che il maestro Lorenzi non sarebbe venuto. Lo avrebbe sostituito un insegnate tutto nuovo.
Il maestro appena venuto aveva i capelli folti e tutti scompigliati, il pizzetto lungo e castano. Sembrava giovane anche se zoppicava.
Appena entrato si era presentato e ci aveva detto che il nostro maestro era stato chiamato al fronte pure lui. Anzi ci era andato volontario.
«Che scemo!» esclamò ad un certo punto Ghibelli.
«Che hai detto?» gli chiese minacciosamente il nuovo maestro, posando il registro distrattamente sulla cattedra.
Ghibelli diventò tutto bianco e gli occhi si fecero tutti lucidi. Si stava pisciando sotto dalla paura.
«Che hai detto? Ripeti se hai coraggio.»
«Ho detto…credo…che scemo…ma non volevo…»
«Quindi il maestro che è partito volontario per sacrificarsi nel nome della Patria sarebbe uno scemo?»
Iniziamo bene, pensai!
La classe era ammutolita e io con essa. Tremavamo di paura davanti al furore che il nuovo maestro trasmetteva.
«Si!» fece Ghibelli sprofondando totalmente dentro le sue spalle.
«Hai ragione!» Il maestro disse questa frase di scatto, quasi sorridendo. Poi si voltò e si mise nuovamente al centro della classe. Scoppiammo tutti a ridere. Anche il maestro rideva. Poi aggiunse «Capisco quei poveri disgraziati che sono stati obbligati ad andare in guerra, ma i volontari no. Non li capisco proprio.» Fuori pioveva a dirotto.
Ripensai alle parole del nuovo maestro. E il mio pensiero volò subito a mio padre. E’ incredibile ma qualche volta, nelle notti tranquille, quando la luna splende serena in cielo, da casa mia si sente in lontananza il boato delle bombe. E allora vedo una luce debole aggirarsi per casa. Sento i passi morbidi di mia mamma e poi ascolto il suo pianto incessante per tutta la notte.
Il nuovo maestro era simpatico, molto di più rispetto a quello precedente. Si definiva socialista, pacifista e sognatore. Anche io, allora, decisi di diventare sognatore. Anche se non sapevo cosa significasse.
«Hai appena 12 anni, non puoi ancora capire!» mi disse il nuovo venuto quando gli annunciai a fine lezione che volevo diventare sognatore anche io. E sono tre!
«La mia è una necessità» mi disse poi «tu devi esserlo per non diventare mai come noi grandi!» Non avevo minimamente capito nulla di queste ultime parole. Ammazza quanto era difficile diventare sognatore, pensai.
Passarono le settimane fino a quando una mattina il nuovo maestro ci disse che aveva una sorpresa per noi. Un suo amico che lavorava all’Ufficio Censura di Bologna gli aveva dato di nascosto una lettera di un soldato che stava morendo, e prima di farlo, aveva scritto una lettera alla famiglia.
«Così capirete quanto siamo cattivi noi uomini!» ci disse.
Il maestro tirò fuori il foglio di carta piegato in quattro e si alzò in piedi. Si schiarì la voce sollevando qualche risata.
«Ragazzi è la prima volta che la leggo anche io, scusate l’emozione»
E’ vero, eravamo emozionati anche noi. Nessuno toglieva i propri occhi dal corpo alto e secco del maestro.
«La lettera incomincia così:
Amata moglie,
ti scrivo queste poche righe proprio ora che credo sia giunta la fine dei miei giorni. Ero in trincea a parlare con gli altri quando è scoppiata una granata proprio lì, tra noi. Mi sono svegliato senza un braccio e senza una gamba. Ho tutta la testa fasciata che mi fa male. Il medico ieri mi ha detto che ho solo pochi giorni.
Non dare retta ai giornali, qui si patisce la fame e il freddo. Sapessi quanti pidocchi poi. Grossi come le noci. Scusa il mio italiano e la mia scrittura quasi incomprensibile.
Ti abbraccio stella mia. Non ti rivedrò più. E’ questa la cosa che mi fa male. E’ questa la cosa che mi manca. Quello che non ho è il tempo. Ecco perché ti scrivo. Per non sprecarlo. Quanto vorrei avere il vostro affetto qui con me. Solo ora capisco che la mancanza è un sentimento.
Da un bacio a nostro figlio e ricordagli chi era il suo babbo.
Smetto di scrivere perché le forze già stanno svanendo.
Non so se la censura avrà pietà di me. Non credo.
Il mio ultimo pensiero è per voi due.»
Il maestro poi smise di leggere. Alzò la testa e notammo tutti quanti che aveva gli occhi lucidi. Anche io li avevo un po’.
Poi mi guardò e mi sorrise, o almeno cercò di farlo. Guardò solo me. Io mi sentii a disagio. E fissandomi negli occhi, poi, concluse «Questa lettera è firmata Tuo marito Aldo Marea»
Era mio padre.
Da quel giorno nessuno più mi disse «Hai 12 anni, non puoi capire.»
Dati del libro
- Autore: Alessandro Magnifici
- Titolo: Lettera G
Dati personali dell’autore
- Nome: Alessandro
- Cognome: Magnifici
- Regione di residenza: Lazio
- Email: alexepoc@hotmail.com
Questo articolo è stato scritto da Redazione il 6 settembre 2010
Lascia un Commento