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Scrittori italiani del XXI secolo:

Nicola Catenaro

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Nome: Nicola

Cognome: Catenaro
Regione di residenza: Abruzzo
Email: nicola.catenaro@tin.it


Intervista (rilasciata nel gennaio 2008)


 

Ci racconti un po’ di lei e del suo approccio al mondo della scrittura.

 

Mi è sempre piaciuto scrivere. Intendo scrivere nel senso di inventare una storia e poi metterla nero su bianco. Mi piace la musicalità del periodo, come le parole suonano e come s’incastrano bene le frasi con le emozioni che sto descrivendo, come cioè queste ultime riescono a rendere l’immagine che ho in mente. È strano come tutto appaia difficile prima di impugnare la penna e, successivamente, all’atto di scrivere, come tutto diventi quasi automatico.


 

Qual è stato il suo percorso di studi?

 

Ho frequentato il liceo classico, a Teramo. Dopo il diploma, ho scelto di iscrivermi alla facoltà di Giurisprudenza, sempre a Teramo. Mi sono laureato nel mese di ottobre del 1996. A novembre ho iniziato a lavorare per Il Messaggero. Ho continuato a studiare frequentando un corso di perfezionamento in Bioetica (alla “Sapienza”, sotto la guida di Giovanni Berlinguer) e specializzandomi in Diritto sindacale, del lavoro e della previdenza sociale a Teramo e, successivamente, in Comunicazione pubblica e istituzionale a Perugia. Nel 2003 ho superato l’esame di idoneità professionale, diventando giornalista professionista.


 

Quando e perchè ha iniziato a scrivere?

 

Ho iniziato a scrivere a sedici anni, partecipando nel 1988 al Premio Teramo e risultando tra i segnalati di quella edizione. Già da un anno, però, scrivevo regolarmente poesie.


 

In termini umani, cosa significa per lei scrivere?

 

Significa isolarmi dal resto del mondo e vivere all’interno della storia o della fantasia che sto descrivendo. Un esercizio non sempre facile ma comunque molto appagante.


 

Quali sono i suoi libri del cuore?

 

Non è facile dirlo. Ne cito alcuni. Per la poesia: “Visioni” di Blake e “I fiori del male” di Baudelaire. Per la narrativa: i racconti (tutti) di Edgar Allan Poe, “Delitto e castigo” di Dostoevskij, “La nausea” di Sartre, “Lo straniero” di Albert Camus.


 

E quelli che non leggerebbe mai?

 

Non ci sono libri che non leggerei mai.


 

Il libro più bello che ha letto negli ultimi tre anni?

 

“Cecità” di José Saramago.


 

E quello che meno le è piaciuto?

 

“Pulp” di Bukowski.


 

Qual è il rapporto con la sua regione e con la sua terra?

 

Mi piace molto considerarla come un porto sicuro, da cui ogni tanto occorre allontanarsi per vedere il mondo…


 

Cosa le piace e cosa non le piace dell’editoria odierna italiana?

 

Mi piace l’interesse che alcune (credo poche) case editrici hanno per i nuovi autori, non mi piace l’interesse che altre (credo molte) case editrici hanno nei confronti dei romanzi scritti dall’ultimo comico o dall’ultimo politico di turno. Battute a parte, lamento una difficoltà di accesso a quelle selezioni – ammesso che esistano – che consentono di arrivare alla pubblicazione.


 

Cosa le piace e cosa non le piace del panorama culturale italiano d’oggi?

 

L’eccessivo collegamento con i salotti televisivi, che legano di fatto il dibattito culturale all’indice di ascolto.


 

Come è arrivato alla pubblicazione del suo lavoro?

 

Grazie alla disponibilità di una casa editrice teramana, Ricerche&Redazioni di Giacinto Damiani e Barbara Marramà, che ha creduto in me fin dall’inizio, e alla collaborazione con un’associazione di volontariato, il Banco di Solidarietà, a cui va il ricavato della vendita del libro.


 

Cinema: qual è il suo film preferito?

 

“Shining” di Stanley Kubrick


 

Musica: la canzone del cuore?

 

“The end” dei Doors.


 

Come scrive? Su carta o al computer? Di giorno o di notte? In solitudine o fra altre persone? Segue dei riti?

 

Scrivo al computer. Di solito di notte e in perfetta solitudine. Non seguo riti particolari.


 

Quali sono i suoi poeti del cuore?

 

Anche in questo caso preferisco citarne alcuni. Amo molto Blake, Baudelaire, Rimbaud. Mi piacciono, tra gli italiani, Leopardi, Pascoli e Ungaretti.


 

Come nasce un suo verso?

 

Chiudo gli occhi e… mi tuffo dentro. Alla ricerca di immagini che sorprendentemente trovo quasi sempre e che sempre riescono a sorprendermi. Dopodichè cerco, come in un processo di scrittura automatica, di fissarle su carta. Tutto qui.


 

Quanto tempo ci lavora su?

 

Il tempo necessario, che però non riesco a quantificare. Non cambio quasi mai un verso dopo averlo scritto la prima volta. Mi sembrerebbe di tradire la versione autentica di quella poesia.


 

Cosa deve esserci in un suo verso, perché resti soddisfatto?

 

Non so cosa debba esserci, so invece cosa non deve esserci: la banalità di una cosa già vista, sentita o percorsa.


 

Dove e quando ha scritto il suo primo verso?

 

A scuola, credo di aver avuto sedici anni.


 

Cos’è che l'ha spinta a pubblicare le sue poesie?

 

Il desiderio di catalogare un periodo della mia vita e, in un certo senso, di mettermelo alle spalle.


 

Qual è un verso celebre che avrebbe voluto scrivere lei?

 

Amor, ch'a nullo amato amar perdona…


 

Come ha scelto il titolo del suo lavoro più recente?

 

Da una delle poesie che più mi rappresentano, “Grandangolo”.


 

Quanto tempo ha impiegato per scriverlo?

 

Una notte.


 

Ha vinto premi letterari?

 

No.


 

Crede nei premi letterari?

 

Poco.


 

Ha altri progetti in cantiere?

 

Una raccolta di racconti e, forse, un romanzo.

 

 
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