|
Nome:
Alessandra
Cognome:
Galdiero
Regione di residenza: Campania
Email:
alessandrahesse@libero.it
Intervista (marzo 2008)
Ci racconti un po’ di lei e del suo approccio al mondo della
scrittura
Ho iniziato a scrivere da subito, appena ho imparato le lettere
dell’alfabeto, scrivevo poesie, storie di amicizie e amori che
nascevano dall’osservazione della realtà circostante. Con il tempo è
diventata quasi una malattia e mi rendevo conto che non riuscivo a
starne senza neanche un giorno. Ho capito che era il mio modo di
esserci e di farmi ascoltare.
Qual è
stato il suo percorso di studi?
Laureata in Scienze Politiche presso l’Orientale di Napoli con una
tesi in Filosofia su Hannah Arendt e le sue riflessioni sulla
“banalità del male” e l’annullamento dell’identità umana nei campi
di concentramento.
Quando e
perchè ha iniziato a scrivere?
Il motivo che mi ha spinto a scrivere con urgenza a soli sei anni,
credo sia stata la necessità di trovare un contatto diretto con il
mondo che mi girava intorno. E’ stato il mio modo di uscire allo
scoperto, di affrontare le mie debolezze, di esprimermi e riuscire a
sentire fino in fondo le emozioni.
In termini
umani, cosa significa per lei scrivere?
Scrivere è ascoltare la voce delle persone, le loro storie, non solo
le mie e poi rimetterle in circolo attraverso la voce della mia
penna. E’ il legame con gli altri, è il riuscire a suscitare una
reazione, è vivere.
Quali sono
i suoi libri del cuore?
Molti libri di Hermann Hesse, in particolare Il lupo della steppa,
Amabili resti della Sebold, Balzac e la piccola sarta cinese di
Sijiei, La bestia nel cuore della Comencini, Mal di pietre di Milena
Agus, Camere separate di Tondelli, Il dolore perfetto di Ricciarelli
e il Cacciatore di aquiloni di Hosseini Khaled.
E quelli
che non leggerebbe mai?
Non sono categorica, quindi credo di essere disposta a leggere
qualsiasi libro, ogni storia, anche di fantascienza, che è il genere
più distante da me, è un racconto fantastico che racchiude in sé
verità.
Il libro
più bello che ha letto negli ultimi tre anni?
Amabili resti, è la storia di una violenza inaudita raccontata con
dolcezza e poesia. Penso racchiusa in sé il paradosso e la
contraddizione della vita.
E quello
che meno le è piaciuto?
Non riesco a trovare un libro che non mi sia piaciuto per niente,
sono stata anche molto tempo a cercarlo tra gli scaffali della mia
libreria. Forse quelli che non mi colpiscono sono quelli che non mi
piacciono, quelli che mi lasciano indifferente, ma non li ricordo
proprio perché non mi hanno emozionato.
Qual è il
rapporto con la sua regione e con la sua terra?
La città in cui vivo, Napoli e la terra circostante, sta affrontando
problemi che sembrano irrisolvibili, ma la gente che la abita ha
voglia di cambiamento e di rinascita e cerca la propria rivincita.
Oltretutto Napoli ha un patrimonio culturale, artistico
inestimabile, è una città da scoprire, da provare. Io cercherei di
darle risalto, di mostrarla nella sua affascinante bellezza.
Cosa le
piace e cosa non le piace dell’editoria odierna italiana?
Ciò che mi piace è la possibilità che viene data allo scrittore
emergente, ma il lato debole dell’editoria italiana sta
nell’incapacità di dare una reale vetrina ai giovani talenti e nel
fatto che vengono richiesti contributi in termini economici che
vengono richiesti dalla maggior parte delle piccole case editrici a
coloro che vogliono pubblicare.
Cosa le
piace e cosa non le piace del panorama culturale italiano d’oggi?
Penso che la cultura si viva per strada, soffermandosi su ciò che ci
circonda, c’è fermento artistico, ma non è semplice crearsi un
proprio spazio. La cultura sicuramente è spesso esclusa dalla
televisione, che dovrebbe essere un mezzo di diffusione di
conoscenze e informazioni, ma spesso è solo una scatola che sforna
banalità sempre più volgari.
Come è
arrivato alla pubblicazione del suo lavoro?
Finito di scrivere la mia storia, dopo dieci anni di travaglio
interiore, ho sentito che era un racconto che poteva emozionare e
suscitare riflessioni importanti. Me ne sono convinta talmente tanto
che ho spedito il manoscritto ad alcune case editrici che hanno
ritenuto il mio lavoro valido per essere pubblicato.
Cinema:
qual è il suo film preferito?
Quello che ha lasciato un segno è L’attimo fuggente, ma credo sia
comunque legato ad un particolare momento della mia adolescenza.
Trovo che siano molti i film interessanti degli ultimi anni, e molti
vengono proprio dal panorama italiano.
Musica: la
canzone del cuore?
C’è di Paolo Vallesi, il testo è nella prima pagina del mio libro.
Penso che quella canzone mi descriva perfettamente, l’ho ascoltata
all’infinito e mi ritrovo sempre in quelle parole.
Ha
frequentato corsi di scrittura creativa?
Nessuno
Ritiene
siano utili?
Non in maniera assoluta, ma penso che i corsi di scrittura aprano
sempre nuovi mondi, ti insegnano tecniche da poter utilizzare. Non
escludo la possibilità di seguirne uno, potrei scoprire un modo
alternativo di vedere la scrittura.
Quale
ritiene sia l’aspetto più complesso della scrittura narrativa?
Prendere contatto con la voce interiore che induce a scrivere e
lasciarsi andare alla logica che ci spinge a raccontare storie, ad
inventarle, a riportarle.
Come
scrive: su carta o al computer? Di giorno o di notte? In solitudine
o fra altre persone? Segue “riti” particolari?
Preferisco
scrivere a penna, ma dovendo inseguire le parole che scorrono nella
mia testa, trovo più semplice utilizzare il computer, per non
perdere frasi, idee, per non perdere l’immediatezza. Scrivo
continuamente, ma il momento migliore è quello notturno, quando
iniziano le riflessioni e l’abbandono totale a me stessa. Scrivo
dove mi capita, su fogli di carta che mi ritrovo in tasca sulle
scale mobili della metropolitana, sul cellulare per strada, a volte
anche a lavoro, a letto. Non seguo nessun rito, quando sento il
richiamo scrivo.
Come è
nata in lei l’idea di raccontare quel che ha raccontato nel suo
libro più recente?
Non è nata da un’idea, ma dalla necessità di redenzione, di trovare
la salvezza da un dolore che mi stava distruggendo, è stato il mio
modo di urlare, di cacciare tutto fuori, senza il pericolo di
perdere la testa.
Cosa
significa per lei raccontare una storia?
Trovare un modo per disegnarla, per renderla visibile, per farla
sentire.
Preferisce
cimentarsi col racconto o col romanzo?
Credo mi appartenga di più il romanzo, il mio libro è
un’autobiografia romanzata, è uno stile che mi si avvicina di più.
Ci dia una
sua definizione dell’uno e dell’altro?
Il racconto si manifesta nel giro di poco, i personaggi si muovono
in uno spazio circoscritto, in un tempo veloce, senza che ci sia un
grande sviluppo, il romanzo invece penso sia più complesso,
maggiormente definito, con una maggiore evoluzione.
Come ha
scelto il titolo del suo libro più recente?
Il titolo
è venuto scrivendo, volevo riassumesse il contenuto di tutta la
storia e dato che il libro è un mio punto di vista di alcuni eventi
della mia vita, ho trovato adatto “Attraverso i miei occhi”.
Quanto
tempo ha impiegato per scriverlo?
Ho impiegato dieci anni, è stato un percorso interiore, una sfida
contro me stessa. E’ stato abbandonato per lungo tempo, non mi
sentivo pronta ad affrontare certi argomenti e certe sofferenze, poi
mi sono svelata completamente nel giro di qualche notte.
Ha vinto
premi letterari?
Nessuno
Crede nei
premi letterari?
Sì, i concorsi sono un modo per portare ai critici e al pubblico il
proprio lavoro e in una realtà in cui gli spazi per farsi conoscere
sono molto pochi, è importante che ci sia questa opportunità.
Ha altri
progetti in cantiere?
Nessuno in particolare se non quello di continuare a scrivere.
|