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Scrittori italiani del XXI secolo:intervista a Erberto Accinni |
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Nome: Erberto Cognome: Accinni Regione di residenza: Milano Email: av02254@email.it Intervista (del gennaio 2008) Ci racconti un po’ di lei e del suo approccio al mondo della scrittura Scrivo da quando avevo 16 anni. Dopo aver letto un mucchio di romanzi avventurosi, che parlavano di coraggio e di azione, di onore e di gloria, di eroi, eroine e personaggi squallidi. Di mondi fuori dal tempo e affascinanti, misteriosi. Ero colpito dalla fantasia e dalla capacità degli autori di inventarsi storie da raccontare. Qual è stato il suo percorso di studi? Istituto tecnico commerciale, poi università, corso di scienze politiche. Quando e perché ha iniziato a scrivere? Seriamente a 27 anni, perché era arrivato il momento di farlo, credo. Perché avevo una storia mia da raccontare e volevo raccontarla. E perché mi pareva di sapere come si fa a raccontarla. In termini umani, cosa significa per lei scrivere? Mi piace. È un buon modo per canalizzare la sensualità in energie creative e di organizzazione del pensiero. Mettere in ordine le idee, dare loro una sequenza temporale e infine legarle in un racconto è un piacere intimo. Da soddisfazione. Quali sono i suoi libri del cuore? Molti autori hanno scritto cose che mi hanno lasciato qualcosa dentro: Hemingway, Fitzgerald, Steinbeck e Tennessee Williams. Ma anche Kipling e Brecht e London. Qohélet e Lao Tsu. Wilde e Kazantzakis. E Dante Alighieri. Ne ho dimenticati altri… E quelli che non leggerebbe mai? Fantascienza, credo. Non mi attira. Il libro più bello che ha letto negli ultimi tre anni? Tao te ching. Vanitas vanitatum (l’Ecclesiaste). Ho riletto il piccolo principe. E quello che meno le è piaciuto? Molti anni fa Mann: La morte a Venezia. Francamente tre pagine per descrivere un viaggiatore mi paiono eccessive. Alla quarta ho smesso di leggerlo. Qual è il rapporto con la sua regione e con la sua terra? Vivo a Milano. Una città difficile da amare, eppure…. Cosa le piace e cosa non le piace dell’editoria odierna italiana? Di molti: il conservatorismo. La mancanza di coraggio. Cosa le piace e cosa non le piace del panorama culturale italiano d’oggi? A volte: l’ostentazione e la supponenza. Come è arrivato alla pubblicazione del suo lavoro? In un sito internet ho pubblicato dei racconti; sono piaciuti a Vera Ambra che mi ha proposto di inviarle dei lavori. Così ho pubblicato il mio libro: il vascello incantato. Cinema: qual è il suo film preferito? Sono tanti per dirne uno soltanto. Come ignorare altri film di valore? E in molti film ci sono cose da vedere e ascoltare, che fanno sentire un piacere profondo. Pochi sono da scartare. Musica: la canzone del cuore? Sono troppe. E ciascuna di esse ha un senso e un momento per essere ascoltata. Ha frequentato corsi di scrittura creativa? No. Ritiene siano utili? Non lo so. Quale ritiene sia l’aspetto più complesso della scrittura narrativa? Forse fissare velocemente un pensiero. Di solito sono lampi di idee; scriverli con le parole giuste richiede concentrazione. Richiede voglia di volerlo veramente fare. Ma alla fine non mi pare che sia qualcosa di complesso. Non più di altre cose complesse che tutti devono affrontare. Come scrive: su carta o al computer? Di giorno o di notte? In solitudine o fra altre persone? Segue “riti” particolari? Scrivo come posso e quando posso. Ma anche quando voglio. Mettendoci il tempo che occorre. Su carta fisso alcune idee, poi le sviluppo in un secondo momento se non posso farlo subito. Non mi importa se c’è gente attorno o meno. Posso lavorare comunque e ovunque, anche se preferisco esser solo e con buona musica di sottofondo. Come è nata in lei l’idea di raccontare quel che ha raccontato nel suo libro più recente? Il più recente è degli anni ’90, mai pubblicato. l’idea era nata dal fastidio provocato dalla lettura di parole esagerate nei giornali. Da questo pensiero nacque il romanzo. Dalla necessità di ridare valore alle parole. Un esempio: in un articolo definire killer una valanga. Chi rispetta le regole della montagna sa che non si parla nemmeno quando si sale. Se poi si va in motoslitta e si rimane sepolti sotto è stupido accusare la valanga. È mettersi contro la natura. Le parole hanno un potere; possono anestetizzare le persone e così sviarle dalla cognizione delle responsabilità personali. Bisogna usarle con attenzione. Cosa significa per lei raccontare una storia? Scrivere quello che si è imparato, senza temere il giudizio se lo si fa con la consapevolezza dei propri limiti. Preferisce cimentarsi col racconto o col romanzo? Un tempo preferivo i romanzi, non sapevo scrivere racconti. Ma adesso sto imparando e forse ora li preferisco. Ci dia una sua definizione dell’uno e dell’altro? Il tempo. Nel romanzo ne hai quanto vuoi, nel racconto no. Come ha scelto il titolo del suo libro più recente? Faccio spesso furti da altri. Così il titolo del lavoro pubblicato è rubato da un sonetto di Dante. Quanto tempo ha impiegato per scriverlo? Due anni. E un sacco di mesi per rivederlo. E infine un bel po’ di giorni per conciliare il mio modo di scrivere con le esigenze dell’editrice, smorzando la mia cocciutaggine e provando ad ascoltarla. Ne è nata una situazione di compromesso che ancora ora mi è utile, negli scritti successivi. Ha vinto premi letterari? Una volta sono arrivato ottavo in un concorso. Però pagando avrei potuto arrivare primo. Crede nei premi letterari? No, però forse hanno un valore commerciale, perché no? Ha altri progetti in cantiere? Sì. Molti. E alcuni in fase avanzata di realizzazione. |
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