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Scrittori italiani del XXI secolo:Intervista a Roberto Bonfanti |
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Nome: Roberto Cognome: Bonfanti
Intervista (giugno 2008)
Ci racconti un po’ di lei e del suo approccio al mondo della scrittura
Nell’ottobre scorso è uscito il mio primo libro, “Tutto passa invano”. Credo di aver avuto un percorso abbastanza atipico, visto che le mie radici sono soprattutto legate al mondo della musica: per cinque anni ho scritto su un web-magazine musicale, poi ho collaborato con una piccola etichetta discografica. Non ho mai aspirato a fare “lo scrittore” né mi sento tale: ho sempre scritto solo per me stesso, per urgenza di esprimere qualcosa, come peraltro continuo a fare. La pubblicazione del libro è stata solo una tappa di un mio percorso e la risposta ad una mia esigenza personale.
Qual è stato il suo percorso di studi?
Ho un diploma di ragioniere-programmatore. Il mio percorso di studi per fortuna sembra aver influenzato molto poco quello che sono e ciò che faccio.
Quando e perchè ha iniziato a scrivere?
Credo di avere iniziato nel momento stesso in cui ho imparato a tenere una penna in mano, per quanto in modo estremamente discontinuo a seconda dell’urgenza o meno di esprimere qualcosa. A casa ho ancora un racconto scritto quando facevo forse la seconda elementare…
In termini umani, cosa significa per lei scrivere?
Significa prendere il caos di pensieri e sensazioni che si ha in testa e provare a trasformarli in qualcos’altro per poi magari poter rileggere ciò che si è scritto e riuscire a capirsi un po' di più oppure semplicemente poterlo condividere con altri. Una sorta di psicoterapia, insomma.
Quali sono i suoi libri del cuore?
Così su due piedi: “La neve era sporca” e “L’uomo che guardava passare i treni” di Simenon. Poi “L’insostenibile leggerezza dell’essere” di Kundera, “Chiedi alla polvere” di John Fante, “Il mondo nuovo” di Huxley, “1984” di Orwell, “Le braci” di Marai, “L’amore ai tempi del colera” di Marquez ed “Il lupo della steppa” di Hesse.
E quelli che non leggerebbe mai?
Meglio non porsi mai limiti. Nessuno sa cosa potrà incuriosirci, stupirci o interessarci in futuro.
Il libro più bello che ha letto negli ultimi tre anni?
Sinceramente seguo abbastanza poco la letteratura contemporanea continuando a preferire i classici, soprattutto gli europei del ‘900, dunque direi “Il treno” di Simenon: libro uscito a inizio anni ’60 ma tradotto in Italia solo di recente. Fra gli esordienti ho comunque avuto la fortuna di conoscere Emanuel Gavioli e sentirmi in qualche modo vicino al suo “Magenta”.
E quello che meno le è piaciuto?
Sicuramente uno che non ricordo. D'altra parte, se avessi un ricordo forte di qualcosa che non mi è piaciuto, probabilmente significherebbe che quel libro mi ha comunque lasciato qualcosa e che quindi è comunque valsa la pena di leggerlo.
Qual è il rapporto con la sua regione e con la sua terra?
Come tutti i ragazzi di provincia, fino ai vent'anni ho sognato di fuggirne. Poi, dopo aver assaggiato la città, ho scoperto che il mondo via da qui non è poi migliore o meno “provinciale” ed ho ritrovato un legame molto forte con i luoghi in cui sono cresciuto. Questi posti sono una specie di tana in cui ho periodicamente bisogno di rifugiarmi come un animale in letargo.
Cosa le piace e cosa non le piace dell’editoria odierna italiana?
Non saprei. Sinceramente conosco molto poco il mondo dell’editoria e non credo di essermene ancora fatto un’idea precisa.
Cosa le piace e cosa non le piace del panorama culturale italiano d’oggi?
E’ quasi banale e retorico dirlo: stiamo vivendo un momento di appiattimento culturale senza precedenti, una sorta di nuovo medioevo che sembra investire tutto quanto, dalle varie forme di espressione “artistica” fino alla politica o alla vita di tutti i giorni. E la cosa triste è che questo appiattimento sembra dominare anche nei circolini pseudo-intellettuali o in quegli ambienti che per definizione dovrebbero dare una spinta in direzione opposta. Pare che abbiano messo al bando le idee. Ricordo una vecchia intervista in cui De André diceva: “se anche gli artisti si integrano, ce l’abbiamo tutti nel culo”. Ecco. Direi che è tempo di guardarsi le spalle.
Come è arrivato alla pubblicazione del suo lavoro?
In un momento particolare della mia vita sentivo l’esigenza di fare un po’ di pulizia: prendere alcune pagine che mi portavo dietro da tempo e fermarle definitivamente nel tempo, magari anche per far sì che non fossero più solo mie ed in questo modo, in un certo senso, “bruciarle”. Ho avuto la fortuna di poterlo fare.
Cinema: qual è il suo film preferito?
“2046” di Wong Kar-Wai è il film che sento più vicino. Ma mi piace molto il cinema “d’autore” italiano.
Musica: la canzone del cuore?
Vado sul classico: “Luci a San Siro” di Vecchioni credo riesca a miscelare in modo magistrale tutto ciò che la musica può esprimere. Rabbia, malinconia, amore e critica sociale. Più in generale, in ambito musicale mi sento molto legato alla scena “alternativa” italiana degli anni ’90 ed alla canzone d'autore dei '70. E continuo a reputare Lindo Ferretti uno dei più grandi intellettuali italiani di sempre al pari di De André.
Ha frequentato corsi di scrittura creativa?
No.
Ritiene siano utili?
Credo che tutto possa essere utile. Dipende poi dall’approccio che si ha e dall’uso che se ne fa.
Quale ritiene sia l’aspetto più complesso della scrittura narrativa?
Trovare il giusto equilibrio. Riuscire a distribuire pezzetti di sé in ogni frase, qualunque sia l'argomento di cui si sta parlando o la storia che si sta raccontando, ma al tempo stesso trovare quel pizzico di distacco che ti consenta di rielaborare i pensieri in modo razionale e renderli più “universali” senza però perdere la scintilla emotiva di base.
Come scrive: su carta o al computer? Di giorno o di notte? In solitudine o fra altre persone? Segue “riti” particolari?
Preferisco scrivere su carta ma il computer è ovviamente fondamentale per poter riordinare i vari appunti e rielaborarli. Per alcuni anni ho fatto il pendolare per cui mi è capitato spesso di scrivere in treno estraniandomi dal mondo circostante (buona parte di “Tutto passa invano” è nato così). Ultimamente mi riesce molto più facile scrivere con la tranquillità della notte.
Come è nata in lei l’idea di raccontare quel che ha raccontato nel suo libro più recente?
Per assurdo credo di averlo capito solo qualche mese dopo l’uscita del libro, cosa ho realmente raccontato. Il libro si è praticamente scritto da solo nell’arco di quasi sette anni: io ho dovuto semplicemente raccogliere i pezzi e ricostruire in qualche modo il mosaico quando ho sentito che era giunto il momento di farlo.
Cosa significa per lei raccontare una storia?
Significa cercare di trasformare un pezzetto di sé (un'idea, una sensazione, un'impressione, qualunque cosa) in qualcosa che altri possano leggere, assorbire e rielaborare a loro volta.
Preferisce cimentarsi col racconto o col romanzo?
Mi affascina molto il romanzo ma in genere la brevità del racconto sposa meglio la mia incostanza.
Ci dia una sua definizione dell’uno e dell’altro?
Il racconto è come una canzone. Il romanzo è come un disco. Il secondo ti dà modo di esplorare un mondo mentre il primo ti permette di esprimere in poche pagine un concetto o una sensazione precisa.
Come ha scelto il titolo del suo libro più recente?
Era un pomeriggio di fine novembre del 2005. Viaggiavo sulla A1 in direzione nord quando, ripensando a tutta una serie di cose accadute che poi sono finite nel libro, mi è venuta in mente quella frase e ho deciso che, se mai ci sarebbe stato un libro, “Tutto passa invano” sarebbe stato il titolo. A dispetto di quanti lo trovano pessimista, io credo abbia almeno due significati: da un lato fotografa la sensazione sicuramente dolorosa del tempo che ci scivola spesso fra le mani senza riuscire a incidere veramente, ma dall'altro vuole rappresentare la presa di coscienza che i mille cambiamenti della vita e tutti gli imprevisti del mondo non riescono a scalfire le cose davvero importanti che portiamo dentro. Più agrodolce che pessimista, insomma.
Quanto tempo ha impiegato per scriverlo?
I singoli frammenti, come dicevo, sono nati in momenti sparsi nell’arco di sette anni. La composizione del mosaico ha richiesto in realtà solo qualche settimana. Rileggendolo adesso, a qualche mese dall'uscita, mi sorprende la coerenza del percorso che i vari frammenti costruiscono. Oggi lo definirei molto più vicino ad un romanzo breve che ad una raccolta, per quanto “concettuale”, di racconti.
Ha vinto premi letterari?
No. Non ho mai partecipato.
Crede nei premi letterari?
No. Credo nella scrittura come forma di espressione, non come oggetto di competizioni.
Ha altri progetti in cantiere?
Ho nel cassetto un romanzo breve, scritto quasi di getto pochi mesi fa, a cui mancano solo gli ultimi ritocchi. Mi piacerebbe riuscire a fargli vedere la luce quando sarà il momento. Magari in autunno.
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