scrittori italiani
      
Scrittori italiani del XXI secolo:

Intervista a Mario Favini

elenco scrittori
HOME

Nome: Mario

Cognome: Favini
Regione di residenza: Piemonte
Email: mariofavini@alice.it

 

Intervista (marzo 2008)

 

Ci racconti un po’ di lei e del suo approccio al mondo della scrittura
 

Quando ero al liceo mi perdevo ascoltando le lezioni su Dante e Joyce, Calvino e Leopardi, e la cosa più naturale mi è sembrata provare a scrivere qualcosa anch’io. I risultati, ovviamente, sono stati un po’ più modesti di quelli dei grandi maestri…


 

Qual è stato il suo percorso di studi?


Dopo il liceo (scientifico), mi sono iscritto a Ingegneria Ambientale al Politecnico di Milano. Decisione infelicissima, perché per laurearmi ho perso buona parte della mia già scarsa sanità mentale… Ora studio Lettere Moderne a Pavia.


 

Quando e perchè ha iniziato a scrivere?


Ho iniziato a 16 anni, più o meno. All’inizio scrivevo soprattutto per un bisogno personale, ma col tempo mi sono in gran parte slegato dai discorsi individuali, psicologici e psicodrammatici.


 

In termini umani, cosa significa per lei scrivere?


Scrivere per me è qualcosa di molto pseudo-casuale e onirico: immagini, trame e personaggi mi cascano addosso quasi inaspettati, allora inizio a lavorarci e mi rendo conto che (a volte) sono il risultato di un lavoro sotterraneo della mia mente, che li usa come simboli ed allegorie per esprimere qualcosa di altro, quasi sempre legato ai nodi irrisolti che ho l’impressione di sentire nella società, alla nostra forma mentis, e alla sua contraddittorietà (molto spesso però sono solo deliri insensati). Se l’idea potenzialmente mi sembra buona inizia il lavoro di affinamento, che si traduce nella scrittura di “qualcosa”… In questo senso scrivere è fare chiarezza, farsi almeno una vaga idea della realtà e proporla agli altri, nella speranza di poter uscire tutti insieme dallo stallo mentale e culturale che il secolo passato ci ha imposto. Da quando, circa una anno fa, sono entrato nell’Associazione Culturale I Menestrelli di Jorvik (che raggruppa scrittori, disegnatori e artisti d’ogni genere) scrivere è diventato anche un modo per passare una serata piacevole e un po’ folle, con dei buoni amici, di fronte a un caffé.


 

Quali sono i suoi libri del cuore?


“L’insostenibile leggerezza dell’essere” di Kundera, “Le città invisibili” di Calvino e “La schiuma dei giorni” di Boris Vian.


 

E quelli che non leggerebbe mai?


Alla fine penso che proverei a leggere quasi tutto.


 

Il libro più bello che ha letto negli ultimi tre anni?


Non è facile… Forse “Se una notte d’inverno un viaggiatore”, di Calvino.


 

E quello che meno le è piaciuto?


Ce ne sono tanti…


 

Qual è il rapporto con la sua regione e con la sua terra?


Sono molto legato ai luoghi della mia infanzia, ai boschi e soprattutto al Ticino e al Lago Maggiore. Ci torno piuttosto spesso.


 

Cosa le piace e cosa non le piace dell’editoria odierna italiana?


Non mi piace la tendenza di molti grandi editori a prediligere generi di consumo alla buona letteratura, che potrebbe ugualmente essere gradita dal pubblico, se adeguatamente supportata, e sarebbe sicuramente molto più “utile” ai lettori. E la tendenza di moltissimi piccoli editori (che spesso sono soltanto stampatori di pessima qualità) a proporre fantomatiche pubblicazioni in cambio di generosi esborsi di denaro.

Mi piacciono alcuni piccoli progetti coraggiosi, come Cicorivolta (che sta per pubblicare il mio romanzo e propone una linea editoriale giovane e molto valida), XY.IT (che pubblica e distribuisce scRibellarsi, la rivista della nostra Associazione Culturale) e la rivista veronese Inchiostro (che da tredici anni pubblica racconti di autori esordienti e ha fatto emergere molti giovani talenti).


 

Cosa le piace e cosa non le piace del panorama culturale italiano d’oggi?


Trovo preoccupante e pericolosa la tendenza alla semplificazione che impera nella nostra forma mentis ormai da qualche decennio. Le cose perdono di profondità e complessità, schiacciate dalla superficialità imposta da televendite e reality, ballerine e talk-show, che poi sono quanto di meno vicino alla realtà ci si possa immaginare. Così anche la letteratura finisce per essere considerata qualcosa di marginale e stupido, una di quelle cose “da sfigati” che non avranno più spazio nel mondo magnifico e perfetto di domani. Il vero peccato è che in pochi staccano gli occhi dal televisore per accorgersi che la realtà dei fatti è ben diversa, che scrivere e leggere possono essere attività divertenti e piacevoli, come dimostra la presenza di alcuni gruppi e singoli autori “mentalmente attivi”, che è uno dei pochi aspetti positivi dell’attuale panorama culturale.


 

Come è arrivato alla pubblicazione del suo lavoro?


Per “Centro Commerciale”, che uscirà alla fine di marzo 2008, è andata così: ho letto un paio di recensioni di libri di Cicorivolta Edizioni su Inchiostro, sono andato sul loro sito, il loro progetto mi è sembrato interessante e ho spedito via e-mail il manoscritto. Il giorno dopo il gran capo mi ha chiamato e proposto una pubblicazione.


 

Cinema: qual è il suo film preferito?


Edward mani di forbice”.


 

Musica: la canzone del cuore?


Non c’è una sola canzone, ma se ci fosse sarebbe dei Pink Floyd.


 

Ha frequentato corsi di scrittura creativa?


No, mai.


 

Ritiene siano utili?


Non credo, penso che per la maggior parte si tratti soltanto di business.


 

Quale ritiene sia l’aspetto più complesso della scrittura narrativa?


Per la narrativa di lungo respiro (romanzo) la mia maggiore difficoltà è sicuramente mantenere un costante contatto con la materia trattata, con i personaggi e con l’atmosfera che sta “sotto” alla storia. Per il racconto il discorso è diverso, la cosa più difficile (ma anche la più divertente) è creare una specie di struttura invisibile, fatta di richiami linguistici e semantici, alla quale il lettore deve potersi aggrappare senza accorgersene.


 

Come scrive: su carta o al computer? Di giorno o di notte? In solitudine o fra altre persone? Segue “riti” particolari?
 

Scrivo al computer, solitamente di giorno e da solo (al di là dell’attività collettiva e menestrellesca), l’unica necessità è avere tanto tempo (almeno un pomeriggio intero), appunto per ricreare un legame con la storia che sto raccontando.


 

Come è nata in lei l’idea di raccontare quel che ha raccontato nel suo libro più recente?


È nata una sera in un ristorante: servivano un piatto che si chiamava “Incantatore di polli”, allora ho iniziato a immaginare questo uomo che incanta dei polli come fossero serpenti, e i polli modificati da strani macchinari, coi colli allungati, che danzano a tempo di musica… A questa sono seguite molte altre “visioni”, alcune angosciose e alienanti, altre ironiche e divertenti, e ho deciso di racchiuderne alcune dentro la cornice surreale di un moderno centro commerciale. Per il livello linguistico, invece, hanno influito molto alcune canzoni di Laurie Anderson, dove il linguaggio è quasi completamente destrutturato.


 

Cosa significa per lei raccontare una storia?


Significa aprire le porte alle libre associazioni, capire il perché di determinate connessioni mentali e lavorare a livello razionale per creare e gestire una trama simbolicamente significativa, nella speranza che possa essere utile a qualcuno. Per utile intendo che possa trasmettere delle emozioni referenziali, che abbiano un senso connesso alla vita individuale e sociale del lettore.


 

Preferisce cimentarsi col racconto o col romanzo?


Preferisco il romanzo, ma anche i racconti mi piacciono.


 

Ci dia una sua definizione dell’uno e dell’altro?


Il racconto è una corsa mozzafiato in cui devi dare tutto in pochissimo tempo. Il romanzo è qualcosa di più continuativo, in un certo senso una certezza, perché sai che ti impegnerà per molto tempo. La cosa credo valga sia per il lettore che per lo scrittore.


 

Come ha scelto il titolo del suo libro più recente?


Anche il titolo mi è piovuto addosso per caso (in realtà è anche il più ovvio per il mio libro). “Centro commerciale” in ogni caso mi piace perchè è un titolo obiettivo, che non lascia spazio ad interpretazioni: è realistico, e suggerisce che la materia trattata nel romanzo sia altrettanto realistica anche se, dal punto di vista dei singoli episodi, si tratta di un libro assolutamente surreale. Non sono infatti le singole scene ad essere veritiere, ma l’alienazione e l’atmosfera di follia generale.


 

Quanto tempo ha impiegato per scriverlo?


Sei mesi per la prima stesura, più tre mesi di aggiustamenti vari.


 

Ha vinto premi letterari?


Ho fatto un quarto posto al “Montagne d’Argento”, tre anni fa…


 

Crede nei premi letterari?


Non molto.


 

Ha altri progetti in cantiere?


Sto scrivendo alcuni racconti e un nuovo romanzo, e continuerò a collaborare con i Menestrelli di Jorvik e scRibellarsi.

 
sei uno scrittore e non sei nell'elenco?
scrivici per inserire gratis la tua pagina personale e una tua intervista!