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Scrittori italiani del XXI secolo:

Intervista a Vito Ferro

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Nome: Vito

Cognome: Ferro
Regione di residenza: Torino
Email: vitoferro@hotmail.com

 

Intervista (marzo 2008)


Ci racconti un po’ di lei e del suo approccio al mondo della scrittura


Mi chiamo Vito Ferro e sono di Torino. Scrivo da parecchio tempo, ma ho sempre limitato i tentativi di ricerca di un editore per pubblicare i miei scritti. Fino a qualche anno fa quando, spronato da persona a me vicine, ho intrapreso la strada obbligata se si vuole pubblicare. Spedire ad oltranza i propri dattiloscritti e aspettare, più o meno pazientemente, una risposta dagli editori. Nel mio caso la risposta è arrivata ed è stata positiva.


 

Qual è stato il suo percorso di studi?


Travagliato e decisamente frizzante. Rifiutato dal liceo classico, ho girovagato come un nomade per vari istituti superiori, prima di approdare e diplomarmi all’Istituto Magistrale. Ho iniziato l’università, facoltà di Filosofia, ma ho abbandonato abbastanza presto per via dell’ambiente.


 

Quando e perché ha iniziato a scrivere?


La prima cosa che ho scritto è stata una poesia in prima elementare. Per me una cosa illeggibile (già per il “me” di allora) ma che ha fatto inorgoglire maestre e genitori. Crescendo, scrivere è diventato una parte indispensabile del dialogare con me stesso. Dialogo che reputo una delle cose più preziose che abbia.


 

In termini umani, cosa significa per lei scrivere?


Sopravvivere e andare oltre il vissuto. Rielaborare in modo comprensibile, o meglio, comunicabile, una consapevolezza interiore.


 

Quali sono i suoi libri del cuore?


La “Trilogia della crocefissione rosea” di Henry Miller, i racconti di Buzzati, “I Fratelli Karamazov” di Dostoevskij, “Cecità” di Saramago, i racconti di Cortazar, tutto Borges.


 

E quelli che non leggerebbe mai?


Sono tanti e non c’è un vero motivo per cui io non li voglia leggere. Sensazioni. Direi Baricco, Ammaniti, Santacroce, ma anche Pavese, Musil, Vittorini.


 

Il libro più bello che ha letto negli ultimi tre anni?


“Tutti i nomi” di Saramago.


 

E quello che meno le è piaciuto?


“La grammatica di Dio” di Benni.


 

Qual è il rapporto con la sua regione e con la sua terra?


Con Torino di amore e d’odio. Adoro la sua tristezza, e mi indispone la supponenza senza reale riscontro. La sua volontà di sentirsi esclusiva pur essendo mediocre per tanti versi. Certo è che tante mie malinconie ha saputo cullarle bene. Ma la mia terra devo ancora trovarla realmente.


 

Cosa le piace e cosa non le piace dell’editoria odierna italiana?


Conosco poco dell’editoria, e quel poco che conosco mi ha trattato bene. Mi rendo conto che ci siano logiche spesso difficili da comprendere e foriere di incomprensioni.


 

Cosa le piace e cosa non le piace del panorama culturale italiano d’oggi?


Non so quale sia il panorama culturale italiano, non so individuarlo. E anche se ci riuscissi non mi piacerebbe parteciparvi. Preferisco fare gruppo da solo.


 

Come è arrivato alla pubblicazione del suo lavoro?


Semplice spedizione dei manoscritti. Attesa e risposta. Nessuna raccomandazione, e di questo sono orgoglioso.


 

Cinema: qual è il suo film preferito?


“Fuori orario” di Scorsese.


 

Musica: la canzone del cuore?


“I’m only sleeping” dei Beatles.


 

Ha frequentato corsi di scrittura creativa?


Qualcuno sì, ma obbligato.


 

Ritiene siano utili?


No.


 

Quale ritiene sia l’aspetto più complesso della scrittura narrativa?


L’autocorrezione. L’editing che bisogna fare sui propri testi.


 

Come scrive: su carta o al computer? Di giorno o di notte? In solitudine o fra altre persone? Segue “riti” particolari?


Scrivo di giorno, mattina preferibilmente, al pc, da solo. Fumando molto. Spesso mi capita di notte, ma solo in determinate condizioni. Porto con me quaderni sui quali annoto cose che non riutilizzo quasi mai. Mi illudo che però sia una disciplina. Vorrei tanto avere una disciplina ferrea.


 

Come è nata in lei l’idea di raccontare quel che ha raccontato nel suo libro più recente?


Il mio quartiere è un posto particolare. Penso che sia l’origine e il fulcro del mio immaginario. Non potevo non parlarne, prenderne spunto. Anche se il libro (Condominio reale) poi si apre ad un contesto più ampio.


 

Cosa significa per lei raccontare una storia?


Innanzitutto chiarirmi delle cose. Incarnare delle idee e condividerle. Emozionarmi e sforzare la fantasia. Desiderare un dialogo vero con altre persone.


 

Preferisce cimentarsi col racconto o col romanzo?


Racconti.


 

Ci dia una sua definizione dell’uno e dell’altro?


Il racconto è una sorta di istantanea che per me diviene simbolo quasi universale. La brevità è condizione per me importante, se non fondamentale, di un messaggio diretto, chiaro in un senso particolare, in realtà mai univoco e sempre aperto a molteplici interpretazioni. Il romanzo è una fetta di realtà autonoma, concreta, che va per conto suo. In cui il simbolismo si riduce un po’, si attenua di fronte alla vividezza delle vicende, dei personaggi. Il senso della storia stessa lascia meno spazio alle diverse interpretazioni. Ma mi sto rendendo conto di stare rispondendo come un critico o qualcosa di peggio. Come un gestore di un corso di scrittura creativa.


 

Come ha scelto il titolo del suo libro più recente?


E’ un gioco di parole un po’ ruffiano ma indispensabile.


 

Quanto tempo ha impiegato per scriverlo?


Qualche settimana.


 

Ha vinto premi letterari?


Qualcuno.


 

Crede nei premi letterari?


Sì. Se gratuiti.


 

Ha altri progetti in cantiere?


Certo. Dei racconti che usciranno tra un po’, diverse proposte per case editrici più grandi, un romanzo che devo terminare e una storia che per ora è solo una nebulosa nella testa.


 

approfondimento POESIA


Come scrive? Su carta o al computer? Di giorno o di notte? In solitudine o fra altre persone? Segue dei riti?


Scrivo di giorno, mattina preferibilmente, al pc, da solo. Fumando molto. Spesso mi capita di notte, ma solo in determinate condizioni. Porto con me quaderni sui quali annoto cose che non riutilizzo quasi mai. Mi illudo che però sia una disciplina. Vorrei tanto avere una disciplina ferrea.


 

Quali sono i suoi poeti del cuore?


Baudelaire, Montale, Rimbaud, Campana, Borges, Verlaine.


 

Come nasce un suo verso?


Da un’immagine a cui cerco di contrapporne un’altra, possibilmente stonata.


 

Quanto tempo ci lavora su?


Poco.


 

Cosa deve esserci in un suo verso, perché resti soddisfatto?


Musica soprattutto e termini che stridano tra loro in senso semantico.


 

Dove e quando ha scritto il suo primo verso?


Alle elementari, per la festa di San Valentino.


 

Cos’è che l'ha spinta a pubblicare le sue poesie?


La fortuna. Ho vinto un concorso dove il premio consisteva nella possibilità di pubblicazione. Altrimenti difficilmente mi sarei aperto alla possibilità. Ho molto pudore dei miei versi. La prosa è una cosa, la poesia è un’altra, per me. Della poesie ho un rispetto molto, molto rigido.


 

Qual è un verso celebre che avrebbe voluto scrivere lei?


“Ed io me andrò zitto, tra gli uomini che non si voltano, col mio segreto”.


 

Come ha scelto il titolo del suo lavoro più recente?


Me lo ha consigliato il più mio caro amico, è il titolo di una poesia della raccolta.


 

Quanto tempo ha impiegato per scriverlo?


La raccolta contiene poesie scritte negli ultimi sei anni.


 

Ha vinto premi letterari?


Qualcuno, il più fortunato quello che mi ha permesso appunto di pubblicare Mentre la luce sale, con Lietocolle.


 

Crede nei premi letterari?


Sì, se gratuiti.


 

Ha altri progetti in cantiere?


Scrivo poesie e le pubblico nel mio blog poco frequentato, ma bene.

 
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