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Scrittori italiani del XXI secolo:

Intervista a Ilaria Fieramosca

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Nome: Ilaria

Cognome: Ferramosca
Regione di residenza: Puglia
Email: ilaria.fr@katamail.com

 

Intervista (gennaio 2008)


Ci racconti un po’ di lei e del suo approccio al mondo della scrittura


La scrittura per me è sempre stata una passione. Mi divertivo fin da bambina a scrivere racconti (prevalentemente a tema horror) e inventare storie a fumetti con miei personaggi. Ma si può dire che io abbia realmente iniziato dapprima con degli articoli riguardanti le selezione del personale e la PNL, su riviste di settore, per continuare poi con la sceneggiatura di fumetti per fanzine e con racconti.


 

Qual è stato il suo percorso di studi?


Sono laureata in giurisprudenza, ma con una forte passione per la psicologia. È per questo che subito dopo ho proseguito i miei studi con Master in gestione delle Risorse Umane e in Programmazione Neuro Linguistica.


 

Quando e perchè ha iniziato a scrivere?


Mentre mi trovavo a Roma per il mio primo impiego presso una società di Ricerca e Selezione del Personale; mi fu proposto di curare una rubrica sulla PNL, redigendo articoli di approfondimento sulla comunicazione interpersonale, per un settimanale romano di ricerca del lavoro.


 

In termini umani, cosa significa per lei scrivere?


Significa condividere delle esperienze con gli altri, ma significa anche darmi e dare la possibilità a chi legge di immedesimarsi in qualcun di diverso, di rivivere situazioni e accadimenti con occhi che non sono i propri, scoprendo come possa essere e cosa si possa provare
.


 

Quali sono i suoi libri del cuore?


Ne ho veramente molti, ma ne citerò solo alcuni: “Il maestro e Margherita” di Bulgakov, “Baol” di Stefano Benni, “Neve” di Maxence Firmine, “L’amante” di Magruerite Duras.

E poi ci sarebbero anche tantissime e belle Graphic Novel da citare, ma mi fermo a “Maus” di Spiegelman, “Blankets” di Thompson, “Ci vediamo domani” di Ned Bajalica.


 

E quelli che non leggerebbe mai?


Non saprei... a volte ci si approccia con dei preconcetti per poi scoprire dei capolavori....

In genere però non amo molto quei libri che partono da spunti di saggistica, filosofia, religione, per svilupparsi in vicende eccessivamente romanzate.


 

Il libro più bello che ha letto negli ultimi tre anni?


Di fatto non è stato scritto certamente tre anni fa, ma... “Città di vetro” Di Paul Auster.


 

E quello che meno le è piaciuto?

La profezia di Celestino” di James Redfield.


 

Qual è il rapporto con la sua regione e con la sua terra?
 

Le sono molto legata e, in maniera velata, qualche riferimento ad essa nella mia scrittura lo si può trovare sempre. Magari visibile solo a chi quei luoghi li vive e li riconosce.


 

Cosa le piace e cosa non le piace dell’editoria odierna italiana?
 

Mi piace il fatto che venga dato molto più spazio e molte più possibilità agli autori emergenti, tuttavia accade spesso che dopo la pubblicazione l’autore sia un po’ disorientato e non venga seguito e consigliato in maniera costante.


 

Cosa le piace e cosa non le piace del panorama culturale italiano d’oggi?
 

Non mi piace molto che spesso sia la capacità di sapersi mostrare e “imporre”, a decretare il successo di un’opera (in genere). A volte non è il vero talento a emergere, quanto l’essere “personaggio” e tutto ciò va a discapito dell’arte in sé. Quello che mi piace invece è l’accresciuto interscambio, in particolare l’esserci aperti al confronto con alcune culture orientali, sebbene con concetti a volte profondamente “distanti” dalla nostra.


 

Come è arrivato alla pubblicazione del suo lavoro?
 

Partecipando a concorsi per racconti inediti, ho dapprima pubblicato alcuni scritti in raccolte di Autori Vari. Successivamente ho deciso di provare con qualcosa di interamente mio e ho proposto a varie case editrici un libro di racconti. Fra le proposte ricevute ho poi scelto quella che mi dava una maggiore affidabilità.


 

Cinema: qual è il suo film preferito?
 

Anche qui i titoli sono molti, ma direi “’Round Midnight” di Bertrand Tavernier


 

Musica: la canzone del cuore?
 

Come al solito... l’imbarazzo della scelta. A bruciapelo dico “Forbidden Colours” di Sakamoto, interpretata dalla voce calda e d’atmosfera di David Sylvian.



Ha frequentato corsi di scrittura creativa?


No, non ne ho mai frequentati.


 

Ritiene siano utili?


Lo sono certamente; a volte la creatività dev’essere “liberata”,” incoraggiata”, così come il talento. Per quest’ultimo, per esempio, può capitare che ci siano persone le quali, pur avendolo di base, hanno bisogno di affinare alcuni aspetti prettamente tecnici.


 

Quale ritiene sia l’aspetto più complesso della scrittura narrativa?
 

I dettagli. Bisogna sapersi documentare bene su di ogni argomento e tenere conto dei particolari nella narrazione, se si vuol far quadrare il tutto alla fine della storia.

Inoltre è importante quanto complesso, l’immedesimarsi nel personaggio. Bisogna proprio mettersi nei suoi panni, pensare e parlare come lui per essere coerente e questo a volte può non essere semplice, specie descrivendo un soggetto che esattamente il contrario di noi, dei nostri valori, del nostro modo di vivere.


 

Come scrive: su carta o al computer? Di giorno o di notte? In solitudine o fra altre persone? Segue “riti” particolari?
 

Non seguo riti particolari per scrivere. Lo faccio sempre al computer dopo un lungo lavoro di ricerca e dopo aver meditato a fondo su ciò che voglio narrare: l’idea, la trama. A qualsiasi ora, giorno o notte, dipende dall’ispirazione e dal tempo a disposizione, ma rigorosamente in solitudine.


 

Come è nata in lei l’idea di raccontare quel che ha raccontato nel suo libro più recente?


È nata dal principio di base che anima ciò che insegno, la PNL, e cioè:“La mappa non è il territorio”. Ciò significa che quella che noi chiamiamo “realtà”, altro non è che una nostra “mappa”; una pura e semplice rappresentazione personale della realtà e quindi qualcosa di assolutamente soggettivo. E in quanto tale può essere completamente diverso se osservato da “punti di vista e prospettive” dissimili dalle proprie.


 

Cosa significa per lei raccontare una storia?
 

Significa far coincidere la realtà con la fantasia; mescolare il mio vissuto con quello degli altri, conosciuti e non; emozionarmi o divertirmi, sperando di far appassionare o sorridere allo stesso modo chi leggerà.


 

Preferisce cimentarsi col racconto o col romanzo?

Fino a questo momento ho sempre scritto racconti, ma l’idea di cimentarmi con il romanzo è forte, infatti ci proverò a breve.


 

Ci dia una sua definizione dell’uno e dell’altro?
 

Il racconto è prendere un frammento di una realtà e svilupparne i momenti salienti, il romanzo è dare più spazio a tutti gli accadimenti. Un po’ come confrontare un cortometraggio e un film, forse.


 

Come ha scelto il titolo del suo libro più recente?
 

Il nome “Cambi di prospettive” è nato dall’intento di voler dare a tutti i racconti in esso presenti un filo conduttore, cioè quello di un cambiamento della percezione: per i personaggi, per il lettore, di una situazione...


 

Quanto tempo ha impiegato per scriverlo?
 

Circa un anno.


 

Ha vinto premi letterari?
 

Sì, il libro “Cambi di prospettive –Racconti per osservare le cose da altri punti di vista”, si è classificato terzo nella categoria racconto, al Premio Letterario Internazionale “Maestrale –S. Marco- Marengo d’oro”.


 

Crede nei premi letterari?
 

Sì, anche se si dice che in Italia ce ne siano fin troppi.

Credo perciò che sia utile selezionarne alcuni e poi parteciparvi. È anche un modo per mettere alla prova la validità della propria opera e per sentirsi spronati. Un incoraggiamento dato da un premio penso sia molto importante per uno scrittore emergente.


 

Ha altri progetti in cantiere?
 

Al momento ho iniziato una collaborazione con un trimestrale: una rivista culturale che si occuperà di narrativa, fumetto e poesia. Scriverò alcuni racconti e sceneggiature, ma al tempo stesso, come ho già detto, ho in mente di cimentarmi con un romanzo. Ho voglia di misurarmi con questa nuova “avventura letteraria”.
 

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