Stefano Gaia, Adolescenti senza ret@

Pubblichiamo qui di seguito il primo capitolo di Adolescenti senza ret@, romanzo inedito di Stefano Gaia:

Oggi è un giorno per me davvero memorabile perché ho finalmente raggiunto uno dei traguardi più importanti e decisivi della mia vita: ho compiuto 18 anni, sono maggiorenne!

Aspettavo questo momento da anni e l’ho sognato con impazienza ogni volta che i miei genitori mi ponevano un veto, o mi obbligavano a fare qualcosa che non mi andava.

“Quando avrò 18 anni, farò quello che voglio e non dovrò rendere conto a nessuno”.

Me lo ripetevo come un mantra, pensando che la mia vita sarebbe completamente cambiata e sarei finalmente diventata una donna libera e indipendente e non più una ragazzina cui è quasi inibita la possibilità di pensare e agire da sola.

Ho immaginato tante volte tutte le cose che avrei potuto fare a partire da oggi e dalla mia mente fervida usciva davvero di tutto, oltre all’ovvietà di potermi finalmente firmare le giustifiche da sola bigiando così a mio piacimento ogni volta che mi andava.

Mi è ad esempio sempre rimasta la voglia di scofanarmi un intero cartoccio di profiterole ricolmi di panna, perché mia mamma è maniaca della dieta e non mi ha mai permesso nemmeno una volta di mangiarne più di 3 per volta.

E così va a finire che i profiterole non li mangio quasi mai, perché quelle tre golosissime ma misere palline ricoperte di cioccolato le ingurgito sempre in meno di un minuto e ogni volta ne ricavo un senso di insoddisfazione e la sensazione di un godimento interrotto proprio sul più bello.

Ho sempre pensato, invece, che un cartoccio da 12 sia la quantità minima affinché gola, occhio e olfatto possano risultarne contemporaneamente e totalmente appagati: del resto, se una volta tanto si decide di cedere al peccato tanto vale farlo in grande, no? E poi il senso di colpa arriverebbe comunque, anche solo con 3 palline.

Con la saggezza che adesso mi appartiene in qualità di donna neo-adulta, devo però ammettere che è soprattutto grazie alle regole alimentari imposte dalla mamma se oggi posso guardarmi allo specchio senza vergognarmi dei rotoli di ciccia che invece fanno capolino sui fianchi e sulla pancia di molte mie coetanee.

Ha infatti sempre abituato tutta la famiglia a una cucina piuttosto light, in ossequio alla regola aurea della dieta mediterranea che prescrive un quotidiano consumo giornaliero di carboidrati, proteine e vitamine.

Forse la dieta della mamma è un pò troppo sbilanciata verso queste ultime, dato che sia a pranzo che a cena ci propina quantità industriali di verdure e frutta di tutti i tipi e sotto varie forme. Ma le va riconosciuta una grande fantasia e un’innata capacità di proporre soluzioni sempre nuove e accattivanti per il palato, oltre che poco caloriche.

Grazie a questo regime ferreo, la mia forma fisica non potrà certo venire compromessa da una trasgressione una tantum e pertanto non escludo di fare tappa in pasticceria uno di questi giorni e di gustarmi una per una tutte le mie 12 palline. Magari placidamente seduta su una panchina in beata solitudine, per potermi leccare il cartoccio fino all’ultima goccia di cioccolato impiastricciandomi tutto il viso come un bambino di 2 anni.

Un’altra cosa che i miei mi hanno sempre vietato è l’acquisto del motorino, un mezzo da loro ritenuto troppo pericoloso per permettere a una ragazzina di scorazzare in giro per la città.

Dubito, però, che potrò togliermi subito anche questo sfizio perché le mie finanze non me lo consentono e quindi sin da oggi farò pressione sul papà per ricordargli la sua promessa: un’auto nuova fiammante al compimento dei 18 anni al posto del motorino, a patto che i risultati scolastici fossero soddisfacenti.

E poiché a scuola me la sono sempre cavata piuttosto bene, oggi stesso andrò all’autoscuola per farmi rilasciare il foglio rosa e iscrivermi ai corsi di guida: entro pochi mesi avrò finalmente la patente e un’auto tutta mia e potrò smetterla di andare perennemente a scrocco sugli scooter delle mie amiche con l’incubo che i miei mi vedano.

E se capitasse come in quei film americani, dove i papà fanno trovare ai propri figli l’auto nuova fuori dal giardino di casa infiocchettata in un bel nastro colorato che passa sopra il tetto da un paraurti all’altro? Sarebbe veramente fantastico, ma temo che certe cose accadano davvero solo nel mondo ovattato di celluloide.

Vedrò quindi di farmene una ragione, accontentandomi di quello che in ogni caso riceverò stasera dopo aver spento le candeline della torta: in attesa dell’auto, per il momento andranno bene anche i vestiti e un pò di soldi con cui togliermi qualche sfizio che difficilmente mia madre mi concede quando andiamo insieme a fare shopping.

Compiere 18 anni mi regala davvero un senso di libertà mai provato, pur sapendo bene che finché vivrò con i miei dovrò in ogni caso rispettare buona parte delle loro regole. Però rimane un traguardo epocale della mia vita e immagino che in futuro ricorderò sempre con molto piacere e nostalgia la data di oggi, se non altro perché per una volta potrò dedicarmi allo shopping sfrenato senza farmi troppi problemi di budget.

Un’altra giornata impressa nella mia memoria è quella che segnò il mio ingresso al liceo classico.

Ricordo l’emozione e l’ansia mentre entravo in quell’austero edificio, consapevole che tra quelle mura avrei trascorso i successivi 5 anni della mia vita: un periodo lunghissimo che a quell’età caratterizza un percorso di crescita che ti catapulta dalla fase dell’adolescenza precoce a quella adulta, teoricamente certificata dal conseguimento del pezzo di carta non a caso denominato “diploma di maturità” .

Mi stavo dunque mettendo alle spalle le scuole dei bambini per entrare nel mondo dei ragazzi più grandi, che nelle ultime classi sono addirittura maggiorenni e possono andare a votare, oltre che firmarsi da soli la giustificazione quando decidono di bigiare.

Ricordo che li osservavo da lontano un pò intimorita e in soggezione e cercavo di immaginare cosa si provasse all’idea di poter stare a casa senza rendere conto ai genitori, né tantomeno ai prof.

Li ammiravo per il solo fatto che fossero lì in classe, ordinatamente seduti ai propri banchi invece che stravaccati in un parco su qualche panchina a godersi le belle e calde giornate del sole settembrino.

Mi chiedevo se un giorno sarei stata anch’io così giudiziosa e dove avrei trovato la forza di alzarmi all’alba ogni giorno e di recarmi a scuola, resistendo alla tentazione di poltrire nel letto.

Non mi sfiorava proprio l’idea che, se necessario, la mamma mi avrebbe in ogni caso sollevato di peso dal mio comodo giaciglio e trascinata a forza alla fermata del bus: mi facevo piuttosto cullare dall’illusione che a 18 anni tutto è concesso e non si hanno doveri, ma solo diritti.

Erano le riflessioni ingenue di una ragazzina di 14 anni, molto ansiosa di diventare adulta e un pò imbarazzata dal fatto che il suo corpo si stesse sviluppando precocemente e sembrasse procedere per conto suo con tempistiche inaspettate.

Ero infatti un pò più alta delle mie coetanee, con qualche brufolo qua e là ma un paio di tette già sode e prosperose, in grado di attirare senza ombra di dubbio gli sguardi arrapati dei miei amichetti e anche di qualche ragazzo un pò più grande.

Tutto ciò mi inorgogliva, ma allo stesso tempo mi destabilizzava perché il sesso era per me ancora un territorio tutto da esplorare con molta circospezione e qualche timore. Alle medie avevo infatti sentito le compagne di scuola più sgamate raccontare le proprie esperienze con i ragazzi e ne ero rimasta quasi scioccata.

Mi rendevo conto di essere ancora una sorta di libro bianco su cui pochissimi ragazzi avevano lasciato flebili tracce del loro passaggio e non sapevo se fosse un bene o un male.

Fino ad allora mi ero al massimo lasciata toccare sotto le mutandine da un paio di compagni di scuola, che a loro volta spingevano perché facessi altrettanto con loro.

Solo a 15 anni quasi compiuti mi capitò  per la prima volta di toccare il pisello di un tipo, ma non fu un’esperienza da ricordare con piacere: lui venne subito e mi fece uno schifo pazzesco sentirmi sulle mani quel liquido gelatinoso e puzzolente.

Da allora giurai a me stessa che non avrei più preso in mano il pisello di nessuno, salvo poi ritrovarmi dopo pochi giorni a rievocare i gemiti di piacere di quel ragazzino ansimante e ogni volta un fremito caldo si faceva sentire in mezzo alle mie gambe.

Con i miei genitori, ovviamente, non ho praticamente mai parlato di queste cose: sospetto che il loro sogno fosse quello di poter fermare il tempo, affinché io non crescessi mai e rimanessi per sempre la loro bambina. Non mi sembravano nemmeno tanto preparati né predisposti ad affrontare certi argomenti con me o a spiegarmi come devo comportarmi con i ragazzi.

La mamma mi ha sempre genericamente ammonito di stare in guardia nei confronti di tutto l’universo maschile, uomini o ragazzi che siano, ripetendomi di non dare retta agli sconosciuti e chiedendomi sempre conto delle persone con cui esco.

Secondo il suo punto di vista, è sempre stato molto importante che i miei amici avessero genitori con un bel lavoro e vivessero in un quartiere residenziale ed elegante.

Eppure nella mia zona un pò tutti conoscono i fratelli Ciotti, che sono stati beccati già 2 volte dalla polizia a spacciare droga nella loro scuola nonostante il padre sia uno dei più noti commercialisti della città.

Quando litigo con i miei, mi capita tuttora di tirare in ballo i Ciotti ma questo non cambia il loro modo di pensare a volte un pò borghese e bacchettone. Fortunatamente tra i miei amici non ci sono figli di zingari o di pregiudicati o di morti di fame, per cui ho sempre avuto il permesso di partecipare alle feste a casa di chiunque anche se ogni volta devo intavolare estenuanti trattative per poter rientrare almeno il sabato sera oltre mezzanotte.

Mi sono sempre chiesta cosa possa succedere di così grave dopo la mezzanotte rispetto a qualche ora prima, ma non ho quasi mai approfondito l’argomento con mamma e papà per paura che come ritorsione mi anticipassero ulteriormente l’orario del rientro.

Come dicevo prima, tutto quel poco che so sul sesso l’ho imparato navigando in internet e parlandone con le amiche.

Con i ragazzi, si sa, è impossibile affrontare seriamente certi argomenti: un pò perché ne sanno meno di noi femmine, un pò perché sono tutti degli idioti e sanno solo fare battutine insulse su chi ce l’ha più grosso e cose simili.

Un paio di volte mia mamma ha provato ad affrontare l’argomento come se fosse una prof di scienze, ma era più imbarazzata di me e la cosa è finita subito lì.

Mi è stata vicina solo quando mi sono venute le prime mestruazioni, perché quella volta mi ero davvero spaventata e pensavo che sarei morta dissanguata. Da allora mi ha solo organizzato qualche visita dalla ginecologa, cui ha delegato volentieri le lezioni di educazione sessuale: avrei voluto immortalare la sua espressione quando la dottoressa si è soffermata sull’uso degli anticoncezionali! Era evidente che dal suo punto di vista fosse assolutamente fuori luogo affrontare certi argomenti con sua figlia, “una bimba di soli quattordici anni!”.

Ma non osò interferire e fece di tutto per nascondere il suo imbarazzo durante tutto il colloquio.

Comunque non la biasimo per questo: da quello che sento in giro è infatti così pure per tutte le mie amiche.

Quando abbiamo qualche dubbio o qualche domanda cui nessuna di noi sa dare risposte convincenti, andiamo su internet e lì troviamo sempre tutto. Oltre ai siti scientifici su cui scrivono i dottori veri, leggiamo spesso i forum di sole donne dove capita di leggere le cose più bizzarre.

Una volta una tipa ha chiesto se era normale che i ragazzi avessero il pisello ricurvo come quello del suo fidanzatino: io pensavo fosse uno scherzo, e invece guardando varie foto sui siti porno ho scoperto che molti ce l’hanno davvero così e con le mie amiche abbiamo riso come deficienti!

Spero tanto di non doverne mai vedere uno così dal vivo, perché non so se riuscirei a resistere senza scoppiare a ridere. Tra l’altro, mi sono anche chiesta come un coso con quella forma così strana possa entrare in una normale passerina ma preferisco non pensarci. Tanto una cosa è certa: non permetterò mai a uno con il pisello ricurvo di entrare dentro di me! Che schifo!

I pochi piselli che ho toccato finora avevano una forma normale, almeno da quel poco che ho potuto vedere. La prima volta fu a quasi 15 anni durante una festa: qualcuno aveva proposto un gioco di carte con le classiche penitenze e ovviamente io ero stata la più sfigata. Mi bendarono guidando la mia mano sulla patta di uno del gruppo, che poi ho scoperto essere il più cesso della classe: un mingherlino sfigato con i capelli unticci al quale avrei avuto schifo persino a stringere la mano.

Lui aveva i pantaloni un pò slacciati e così potei sentire sotto le mutande il suo pacco eccitato: mi costrinsero a tenere la mano premuta su quel rigonfiamento e dopo pochi secondi sentii il tessuto degli slip inumidirsi fino a bagnarmi le dita di un liquido caldo e appiccicoso.

Fu il mio rito di iniziazione al sesso e ne ricavai solo un grande senso di ribrezzo che, tra le risa di scherno dei ragazzi lì intorno, mi fece correre in bagno a perdifiato per lavarmi le mani.

L’esperienza successiva fu invece molto più significativa e anche un pò più piacevole: era una bellissima serata di fine estate, le mie vacanze in Sardegna stavano ormai terminando e per l’ennesima volta non mi era ancora accaduto nulla di eccitante o di divertente da raccontare alle amiche al rientro.

Probabilmente fu per quel motivo che cedetti alle insistenze di Luca: non mi piaceva in modo particolare, ma ero ansiosa di avere finalmente anch’io un aneddoto succulento per non sfigurare durante le riunioni carbonare nei bagni della scuola.

Luca mi stava appresso e mi chiedeva ogni giorno di mettersi con lui, nonostante entrambi sapessimo bene che in ogni caso ci saremmo lasciati alla fine delle vacanze: lui infatti era di Milano e non ero così ingenua da pensare che due adolescenti potessero tenere in piedi a lungo un rapporto a distanza senza mai potersi vedere.

A me non dispiaceva, ma non mi andava molto come baciava e quindi preferivo non dargli troppa corda. Aveva infatti la schifosa abitudine di infilarmi tutta la lingua in bocca e certe volte me la sentivo quasi fino in gola.  Sembrava di baciare un camaleonte o, peggio, un rettile biforcuto!

Quella sera, però, mi aveva convinto ad andare in spiaggia a vedere i fuochi e poi a fare una passeggiata vicino agli scogli.

Ci appollaiammo su un sasso con i piedi nell’acqua e cominciammo a baciarci. Lui era stranamente meno irruento del solito: la sua lingua rimase infatti al proprio posto e pensai che qualcuno gli avesse spiegato come fare.

Cominciò a mordicchiarmi il collo e a soffiarmi nelle orecchie e io mi sentivo eccitata come quando mi toccavo di sera nel buio della mia stanza.

Sentii le sue mani che cercavano di infilarsi sotto i jeans, frugando voluttuosamente tra le gambe in cerca di qualcosa di umido e caldo. Io provavo un pò di  vergogna perché sapevo di essere bagnata, ma capii che la cosa lo eccitava e lo lasciai fare anche quando infilò un dito nella mia fessura e lo fece andare su e giù ritmicamente. La cosa durò alcuni minuti, poi tolse la mano forse perché ormai sentì il polso intorpidirsi.

A quel punto prese la mia e la guidò sui suoi genitali, abbassando la cerniera con l’altra mano. Sentii un’asta dura sotto le mutande e cominciai a massaggiarla da fuori, ma lui se le scostò un pò e premette le mie dita sulla sua cappella. Lo udii ansimare e quasi contemporaneamente vidi un fiotto bianco e viscido colarmi sulle mani.

Mi ritrassi subito con orrore e sciacquai la mano nell’acqua, poi ci rivestimmo e tornammo dagli altri senza dire una parola. Ricordo che la mia più forte preoccupazione di quei momenti fu cercare un fazzolettino profumato per togliermi di dosso l’acido odore del suo sperma.

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